Il mistero del pastore

Stacco per l’ultima volta la spina alle lucine che infondono l’atmosfera calda nella scena e immagino i figuranti inanimati scambiarsi uno sguardo di intesa generale, è il momento, si smonta tutto.
Ammetto che quest’anno ho faticato a mettere su il presepe, forse per il significato diverso che la festa ha assunto per me e per il fatto di doverlo fare da sola, però avevo letto un articolo secondo cui quello religioso è solo uno dei motivi per cui allestirne uno. Sul piano spirituale rappresenterebbe quel che si ha dentro e il bambino appena nato non è che il Sole bambino che nasce con il solstizio d’inverno e che ci promette la vita e la primavera, mentre intorno a lui il mondo si affaccenda a combattere le difficoltà di sempre. Sul piano materiale sarebbe la riproduzione di un pezzo di Universo, un affresco della realtà. Quest’anno avevo deciso di tirar fuori dalle scatole solo i miei pastori preferiti. Ogni pastore ha la sua scatola su misura e per ricordarsi dove riporlo, alla fine delle feste, dentro ad ognuna c’è una piccola descrizione, scritta a mano dal membro della famiglia che per primo si trovava a farlo. Ne apro una e ritrovo la calligrafia morbida di mia madre pastorella con il pane. Facile, la trovo al primo piano dell’unica casetta e la ripongo nella sua custodia comoda. Con lo stampato grande di mio fratello trovo BUE, che intanto stava scommettendo con Asino su chi dei due sarebbe andato via prima dalla mangiatoia quest’anno. Il pastore nero con anfora nel cesto è quello con la descrizione più lunga e scritta in piccolo da mio padre. Ne apro un’altra e trovo con la stessa calligrafia pastore con piatto di rame. Guardo sul presepe e ho un attimo di smarrimento. Non so chi sia. Li guardo uno ad uno. Non è il Cuoco che in mano ha un mestolo. Non è il pastore con il pentolone che cucina qualche sorta di street food dell’epoca per strada. Lo zampognaro e il falegname scuotono la testa con fare ovvio. Boh. Vado avanti. Lo troverò per esclusione mi dico. La Madonna rientra prima di San Giuseppe e tiro giù dal soppalco della mangiatoia il pastore che dorme che io adoro perché si narra che il presepe sia frutto di un suo sogno e il tutto prende un’affascinante piega metafisica, tutto è reale e niente lo è. Uno alla volta inscatolo gli altri miei preferiti: il pastore ubriaco con il fiasco, per il quale allestisco una tavola di assi di legno poggiate su dei barili, quello che tira un asino piantato con le zampe a terra e il pastore con il fagotto sulle spalle e l’aria smarrita, non sa dove si trova e in quale locanda andrà a cercare un po’ di calore e tanto vino. Le pecore si riuniscono nella scatolina di plastica e il presepe ormai è quasi vuoto. Nei pressi della locanda, all’angolo della strada, è rimasto un uomo con la barba bianca e una tunica blu. In mano ha un piattino con poche monete dentro. Mi è sempre piaciuta la sua aria elegante e gentile. Sei tu il pastore con il piatto di rame, quasi gli dico divertita dal piccolo mistero che ha avvolto il momento noioso e faticoso del rimettere tutto a posto. Fosse stato per me avrei scritto pastore che chiede l’elemosina, più chiaro, non credi? Mi guarda placido e silenzioso. Insomma a me non era mai sembrato importante di cosa fosse fatto il piatto. Lo ripongo nella custodia con calma e sorrido, lui sembra quello meno affannato e smarrito di tutti e penso che stia lì davvero il mistero. Alla prossima, dico, tra me e me.

ComeDiari #18: Chilometri di tempo.

Non ricordo il giorno in cui l’ho deciso. Anzi, in realtà non è stata una decisione presa in un giorno soltanto, quindi ricordarlo sarebbe un esercizio inutile della memoria. E’ stato un po’ come quando sei in ritardo alla stazione, il treno è già fermo alla banchina e le porte stanno per chiudersi da un momento all’altro. Allora ti avvicini alla prima, che è l’ultima del convoglio, pronta per salire su. Poi pensi che se affretti il passo forse riesci a raggiungere la porta successiva con il vantaggio di evitare la folla che si è creata in fondo al treno. Arrivi alla penultima porta, ma di nuovo ti stuzzica l’idea che correndo un po’ ce la fai a salire sulla carrozza centrale dove aumentano le probabilità di trovare un posto a sedere. E così via, corri di porta in porta, finché il fischio del capotreno ti ricorda che devi prendere una decisione e salire.

Mi sono ritrovata a correre sulla linea del tempo, di giorno in giorno, senza fermarmi. Non è da me e sinceramente non credevo nemmeno di avere tutto questo fiato. Far mente locale per rendersi conto di quanto fiato sia rimasto nei polmoni è una cosa che di solito fa chi ha deciso da subito quanto lontano vuole andare. Insomma, lo fa chi ha una destinazione. E’ la differenza tra chi viaggia e chi invece scappa e io non avevo idea di dove sarei voluta arrivare.

Ho sempre trovato che la fuga sia un’alternativa tra le peggiori. Sono una che resta fino alla fine, il che però forse dipende più dal fatto che faccio fatica a riconoscerne una e questo è il motivo per cui il mio inconscio ce l’ha a morte con me e mi mette i bastoni tra le ruote in continuazione.

Giorno dopo giorno mi sono accorta di aver messo una distanza tra me e quella brutta sensazione. Una distanza temporale. Quella vera, fisica, c’era già e l’avevo già invano combattuta. Io non mi accorgo nemmeno di quando qualcosa mi ferisce nel profondo. Se me ne accorgo in genere ci metto tempo, altrimenti uso quei cieli neri per appenderci le stelle come più mi piace. Ieri ho fissato un punto azzurro sopra i palazzi della mia città e mi è preso un colpo quando mi sono resa conto che da quel punto l’Universo mi osserva una volta ogni ventiquattro ore e che quindi non è fisso, altroché, il cielo è l’inganno più riuscito della Natura.

La sensazione era ed è ancora che non sarebbe mai cambiato niente.

Sarei rimasta invisibile e incastrata in un eterno eccitante inizio a cui non seguiva niente. Avrei continuato a sperare di vedere, toccare, sentire quella persona così come si era presentata all’inizio. Mi ero ritrovata ad inseguire parole e gesti che esprimevano desideri e sentimenti per me, a dipendere da quelle brevi e intense felicità, intervallate da silenzi lunghissimi, incomprensibili, dolorosi. Mi dicevo ogni volta che forse non avevo usato le parole giuste, che dovevo amarlo meglio. Insomma, che era colpa mia se di nuovo se ne era andato.

Avevo arredato così bene quel cielo che quando sentivo la sua mancanza mi bastava guardare le stelle per sentirmi vicina a lui. Le ripassavo una ad una con lo sguardo, l’avrò fatto decine e decine di volte. Ogni tanto di notte mi capita di risentire la magia che pensavo ci unisse, che lui diceva ci unisse.

Quando mi sveglio però tutte le sensazioni implodono nel petto schiacciate dall’evidenza dell’esperienza. E fa male.

Quando la quarantena ci ha rinchiusi tutti ognuno nella propria tana ho potuto notare che la sua non faceva poi così schifo come raccontava. E la differenza tra ciò che è e ciò che pensavo che fosse si è fatta così evidente che non sono riuscita a fermarmi più. La dissonanza aveva un’unica spiegazione, quel che dice non coincide con quel che è. Lui non esiste. Ho corso ancora e cercando di non guardarmi indietro. In fondo sarebbe stato contro natura restare ancora a lungo immobile nel suo cielo.

La pasticceria

foto personale

“Sono rimasta nel traffico. Cazzo è tutto bloccato stasera! Va beh dai, sto arrivando.”

Ho messo le scarpe sbagliate oggi. Non sono adatte per aspettare in piedi, per strada, sui sanpietrini. E tira un vento che porcamiseria, non ho messo la sciarpa e nemmeno il cappello, domenica c’era la primavera, l’avete-vista-anche-voi, vero? E non so che fare adesso. Penso che potrei fare shopping. Entro in un negozio di abbigliamento. Mi sento troppo scocciata perfino per chiedere alla commessa il prezzo di quella giacca. Esco.

Ma si, quella pasticceria all’angolo. C’ha pure i posti a sedere. E’ proprio carina, ti metti lì, ti rilassi e poisaihovishiauialaosh.. La voce nella mia memoria si affievolisce. Non ricordo né dove l’ho sentita né da chi. Il vento continua a tirarmi giù dalla testa il cappuccio del cappotto. Attraverso la strada illuminata dalle luci gialle, bianche e rosse delle auto e proseguo sulla destra fino alla pasticceria. Mi affaccio dentro per vedere se ci sono posti liberi. La signora alla cassa mi invita ad entrare indicandomi l’ultimo tavolino in fondo. Mi siedo sulla poltroncina di pelle grigia chiara davanti ad un tavolino rettangolare che parte direttamente dal muro sotto la finestra alla mia sinistra. Le tende rosse sono raccolte ai lati della finestra e un pilastro dietro la poltroncina di fronte alla mia mi nasconde dal resto del locale. Dal mio posto posso sbirciare la vetrina lunghissima piena di dolci di tutti i tipi e buttare un occhio sulla strada da dietro al vetro che inizia a puntinarsi di gocce d’acqua microscopiche.

Non ho fame e ordino una tisana di un arancio carico che sa di mela, carota e zenzero. E poi, forse, devo essermi suggestionata come un’Alice che legge messaggi su bottiglie e su dolcetti dopo essere finita in una casetta cadendo in un pozzo profondissimo, mentre osservo invece sul talloncino alla fine della bustina della mia tisana la scritta Emozionami.

Pochi minuti e ho dimenticato il vento e il tempo e il vuoto che mi zavorra. Caspita, queste scarpe mi danno un’aria così sofisticata. Che belle le luci della città. Mi trovo in tutti i posti del mondo in un istante. Sono nell’Orient Express che sfreccia veloce di notte chissà attraverso quali terre, in un bar di Londra pieno di persone tutte sole e tutte parte comunque di qualcosa, in un caldo pub in Belgio e anche nel cuore di Napoli, ricordi quel posto? Dicemmo che ci saremmo tornate. E ovunque sto buttando giù idee su fazzoletti di carta con una penna trovata nella mia borsetta. Idee che diventeranno un racconto o magari un romanzo. E sono bella e forte e so stare con chiunque, se capita, altrimenti mi lascio cullare da una calda e sottile malinconia. Riesco a fare quello che mi piace e a non sentirmi in debito con la mia felicità quando faccio invece ciò che devo. Sto bene. Sto così bene.

“Ehi sono quasi arrivata”

L’ultimo sorso di tisana è freddo. Mi alzo, riprendo la borsa e lo zaino, pago ed esco. Una signora mi viene addosso mentre lotto con il vento per rimettermi il cappuccio. Scorgo da lontano le frecce d’emergenza e l’auto accostata al marciapiede. Il sogno si è infiltrato nelle trame della mia realtà e la città sembra più bella anche senza più quel vetro davanti.

Più semplice di quanto pensassi

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La signora dai capelli ricci e castani sdraiata a due passi da me sta raccontando alla sua nuova amica, minacciata dai gavettoni di acqua gelata dei propri figli più abbronzati di quanto io possa diventarlo mai, che quando ha divorziato si chiedeva come avrebbe fatto a fare le cose da sola, andare in giro da sola, andare al mare, da sola.

Lascio il mio lettino per andare in avanscoperta alla ricerca di immagini della mia città che ho desiderato e cercato e che finalmente posso far mie. Mentre mi allontano la voce della signora si affievolisce. Parla ancora di come in fondo è stato più semplice di quanto pensasse.

Alla mia destra il fazzoletto di spiaggia si arrende ad un palazzo antico che si affaccia sul mare. Mi sento come se fossi altrove, da qualche parte oltre le mie cellule e le vecchie delusioni. Il punto di vista speciale sul golfo della mia città alla mia sinistra mi rimaterializza in un qui e ora meno appannato e più brillante. A volte uno si concentra e si sforza di sentirsi intero anche senza i propri timori ma è totalmente inutile. E poi accade, mentre il mare ti sfiora le punte dei piedi.

Mi dico che in fondo è stato più semplice di quanto pensassi, nonostante tra il volere davvero una cosa e il dimostrare a se stessi di poterla ottenere sembra ci passi una differenza che si piazza davanti alla porta della tua stanza come una Sfinge malvagia affamata di risposte ad indovinelli esistenziali che hanno come unico scopo quello di immobilizzarti e non, come erroneamente pensavi, aiutarti a conoscere meglio te stessa.

Per poco non la calpesto.

Ariel.

Mi guardo intorno. Nessuna bambina nei paraggi. La spiaggia è mediamente affollata ma proprio lì non sta passando nessuno. Prendo lo smartphone e la fotografo. La bambola di Ariel è poggiata su una dunetta di sabbia bagnata decorata con delle conchiglie prevalentemente bianche. E’ rivolta verso il mare. Sorrido e passo oltre.

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Quando sono tornata a casa ho aperto la galleria delle foto, tra tutte ho aperto la foto della sirena in riva al mare e l’ho osservata a lungo. Quella che doveva essere soltanto un fatto curioso da raccontare in giro diventa qualcosa di più. Mi sono incantata. Perché lì c’è tutto. C’è vero e inventato, realtà e fiaba, plastica e sabbia, natura e uomo. C’è una sottile poesia che lega la sirena al cuore e poi il cuore al mare e racconta di sogni che scambiano sguardi con la realtà e lontano dagli occhi del mondo si intendono perfettamente, mentre noi cerchiamo di distruggere con tutte le nostre forze ostacoli fatti di aria.

 

Punti di riferimento

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Una volta lessi da qualche parte, a proposito delle stelle cadenti, che se una stella sta “cadendo” forse quello non è esattamente il momento migliore per chiederle qualcosa. Questa considerazione mi colpì talmente tanto che subito la feci mia, che di stelle cadenti e desideri non ci ho mai capito granché.

Non conosco bene le usanze e le leggende che si raccontano riguardo le stelle cadenti, ma ricordo che forse solo una o due volte in vita mia devo aver rivolto il naso all’insù alla ricerca di un qualsiasi tipo di corpo celeste inciampato in qualche piega del cielo e solo per l’evento astronomico in sé che effettivamente è molto affascinante.

Insomma mi è venuto un dubbio e da esso delle domande.

Tipo, quanto possa far piacere ad una stella essere additata e fotografata in un momento del genere. Magari, che ne so, le farebbe piacere avere un po’ di privacy.  Al massimo ricevere un saluto veloce, un cenno con la mano, un sorriso, al posto dei migliaia di frammenti di voci senza suono dei pensieri dei suoi fortunati osservatori.

Ce lo vedo, quel desiderio. Spaventato e grondante di sudore mentre cerca di restare aggrappato alla coda della stella verso la quale è stato espresso. Tiene gli occhi fissi e spalancati davanti a sé sul buio che il suo matto mezzo di trasporto sta per squarciare, mentre cerca di schivare frammenti e polveri incandescenti che continuano a staccarsi dalla stella che così si consuma, nel suo viaggio a contatto con l’atmosfera.

Il desiderio va nel panico a furia di chiedersi cavolo ci faccio qui? E dove diavolo finirò quando questa cosa qui si sarà distrutta del tutto? Quasi rimpiange l’odore pungente e caldo del legno del cassetto nel quale è rimasto chiuso tutta la vita.

Non sono del tutto sicura che una stella cadente sia il posto giusto per un mio desiderio. Sono tempi difficili e per un desiderio quello può essere un viaggio anche troppo stressante. Originale, avventuroso, ma stressante. Potrebbe preoccuparsi di atterrare e non di avverarsi, sano e salvo.

Tempi difficili, dicevo.

Un’ipotesi si fa largo tra i miei vagheggiamenti.

E se avessimo frainteso tutto? Le leggende, le storie, dico.

Magari gli antichi hanno messo in mezzo questa cosa dei desideri espressi durante le notti attraversate dalle stelle cadenti proprio per il motivo opposto. Forse l’intento era quello di rimettere i desideri al loro posto, incastonati nel blu della notte, nel caso una stella cadente li avesse per sbaglio tirati giù da lì nella sua folle e velocissima corsa iniziata da qualche parte nell’Universo.

In fondo i segreti non si raccontano alla prima stella che passa. E i punti di riferimento diventano sempre più rari. L’idea che un desiderio mi osservi e mi guidi dall’alto qualsiasi cazzata io stia per fare mi piace molto di più.

Altrimenti, il desiderio dalla regia annuisce, molto meglio il cassetto.

 

Sogni Troppo Grandi e Persone Troppo Piccole

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Al ristorante seduti al proprio tavolo Phil e Claire si divertono a fare un gioco: guardano le altre coppie sedute intorno a loro impegnate a chiacchierare aspettando o consumando la propria cena e cercano di indovinare cosa dicono fingendo una sorta di doppiaggio ironico. Ne escono fuori dialoghi surreali ed esilaranti, ma soprattutto il gioco mostra quanto Phil e Claire siano affiatati e complici. Insomma, una bella coppia.

Mi sono ricordata di questa scena del film Notte folle a Manhattan mentre, in questi giorni, pensavo a tutte le coppie che conosco e a tutte le volte che mi sono fermata ad osservarle curiosa di capire cosa le legasse, cercando indizi tra le righe dei loro discorsi e gli intrecci dei loro sguardi.

Quello che vedo non sempre mi piace. Forse sono solo io che un giorno mi sono svegliata e mi son ritrovata arruolata tra le file -quelle più indietro- dei cinici. Eppure nei discorsi non vedo affiatamento e negli sguardi c’è più ansia che complicità. Il ‘gioco’ finisce quando la mia curiosità si arena in quella che spesso sembra una triste verità.

La questione non è tanto quella classica delle persone che cercano un partner solo per non stare da sole. Più che altro si tratta del fatto che guardando troppo in fondo alle cose se ne trovano tutti i giunti più arrugginiti e gli spifferi da cui fuoriesce tutta la magia. Mi chiedo se quelle persone stiano davvero bene o facciano finta, a loro volta, di indovinare i discorsi più giusti doppiando se stessi in un film di cui nessuno può conoscere la sceneggiatura in anticipo.

Mi chiedo se forse in realtà esistano sogni d’amore troppo grandi e persone invece troppo piccole per riempirli del tutto.

Meglio ritrovarsi in un sogno disabitato, come è successo a me, o in uno tutto sformato a furia di adattarlo alle persone e alle circostanze che ci sono capitate?

Chissà.

Quanto sarebbe bello, però, essere come Phil e Claire.

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pictures by Bernulia

C’era una volta, forse domani, oggi no.

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La verità è che uno ci spera sempre.

Ho provato a non augurarmelo, a non immaginarne uno. Impossibile. Il lieto fine è già lì. Alla fine di ogni lunga e contorta successione di vorrei. Aspetta e non gli importa quanto puoi metterci ad arrivare.

Era vicino. Ad un tocco. L’energia aveva riempito la distanza e mi sentivo un tutt’uno con essa, solida, vera. Reale. Avrebbe dovuto portarmi via con sé in un abbraccio.

Le fiabe di una volta non avevano il lieto fine. Più che altro si trattava di una lezione. Ti veniva raccontata quella storia affinché potessi imparare a conoscere e riconoscere pericoli di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. La gente non se ne faceva nulla del e vissero tutti felici e contenti. Meglio un insegnamento, un’opportunità per aprire gli occhi e non cadere negli errori costati cari a qualcun’altro.

Un finale, quello, davvero più utile a tutti. Migliore. Senza fronzoli, aspettative, delusioni.

Un finale così non ti chiede se sei d’accordo. Quel che conta è la lezione di vita e non hai modo di ribellarti. Decide per te il quando e il perché è finita. Intorno a te tutti applaudono e si congratulano, ti stringono la mano e ti dicono ancora un’altra dannatissima volta che è meglio così. 

Ti restano l’immaginazione e la speranza per renderti presentabile a qualche nuovo giorno che non smetterà di guardarti di traverso finché paradossalmente non avrai iniziato a raccontargli un altro lieto fine, ancora un’altra volta.

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Walt Disney in Saving Mr. Banks

(Guestpost di Novembre su Principesse Colorate, sul lieto fine, tra illusione e speranza, tra il Medioevo e l’era Disney che per fortuna ci ha salvati un po’.)

L’Uomo Dei Sogni (Non Miei)

Out in the fields - crilleb50 deviantart

Out in the fields – crilleb50 deviantart

Qualche notte fa ho sognato Brad Pitt.

Lo so, niente di eccezionale, specie se si pensa a quante donne capita di incontrare nei propri sogni l’uomo perfetto e che nella realtà non esiste o perlomeno è irraggiungibile. Non è niente di eccezionale in riferimento al fatto che in genere nei sogni vanno a realizzarsi cose altamente improbabili, che desideriamo o temiamo segretamente e che durante la notte si mettono in tiro, ripetono il copione e si mettono in scena, come se da qualche parte dietro ai nostri occhi ci fosse una casa cinematografica in crisi, in cui si riciclano battute da momenti vissuti davvero e gli attori si presentano in outfit dal dubbio gusto, risultanti da una mescolanza di stili e capi provenienti dagli armadi di tutta la gente che hai incontrato nella tua vita, mentre a te fanno indossare quella camicia orribile che avevi comprato a 13 anni e il cielo soltanto sa dove si trova adesso. Inside Out docet

Quindi il fatto non sarebbe eccezionale, se non fosse per un piccolo particolare: a me Brad Pitt non è mai piaciuto.

Eh no.

Per di più nel mio sogno si è presentato in versione piacione con almeno venticinque anni in meno, capelli tirati indietro con la gelatina a parte un ciuffo che gli ricadeva sulla fronte, sottogiacca con scollo a v e collana stile Marines. Insomma, un Brad Pitt anni ’90: potrei perfino ammettere che sia più attraente adesso. Per puro caso si trovava in vacanza in Italia nello stesso posto in cui da poco ero arrivata anch’io. Lui non conosceva bene l’italiano per cui mi aveva chiesto di accompagnarlo a fare delle commissioni, tra cui comprare dei fiori (!) per decorare il suo bungalow che gli sembrava un po’ triste e io, evidentemente, non avevo granché di meglio da fare. Immagino che a questo punto siate delusi perché dalle premesse sembrava si trattasse di ben altro tipo di sogno, ma credo che se non fosse stato proprio assurdo al mattino non lo avrei nemmeno ricordato.

Più delle immagini e delle parole, quel che resta di un sogno è la sensazione. Quella che nel frastuono creato da tutte le altre durante il giorno finisce per perdersi perché non è abbastanza limpida e forte da invaderti e costringerti a porti delle domande anche abbastanza serie. Sapersi fare le domande giuste è fondamentale. Condiziona fortemente quella che poi diventa la nostra personalissima ricerca delle relative risposte e la questione oggi è più delicata di quanto sembra. Intorno abbiamo mucchi di risposte. Centinaia di aforismi, perle di saggezza che ci scorrono dinanzi agli occhi ogni giorno aprendo facebook o qualsiasi altro social. Nei supermercati ci sono decine di risposte a bisogni che non sapevamo nemmeno di avere. Distinguere quelle che davvero ci servono dalle altre è difficile, la maggior parte delle risposte a nostra disposizione sta lì perché l’abbiamo trovata, ma non cercata.

Così il mio subconscio ha dovuto tirar fuori un personaggio di cui non mi è mai importato decisamente nulla e creare una situazione davvero assurda per attirare la mia attenzione nel caos emotivo in cui mi sono ritrovata ultimamente. Si perché la sensazione che ho provato, al mattino, è stata quella di aver trascorso del ‘tempo’ con una specie di amico, una persona piacevole e familiare, per cui, al di là di tutte le possibili interpretazioni che avrei potuto dare a questo sogno, la sua assurdità l’ho sentita forte come uno schiaffo in faccia. Un sogno mi ha riportata alla realtà, quella degli esami di coscienza e del silenzio, dell’ascoltarsi e del capire profondamente le proprie sensazioni e sentimenti, delle vere motivazioni che ci sono dietro a gesti e parole. Mi sono resa conto di quanto avessi bisogno di revisionare la mia rotta, perché il vento sembra a favore e le acque sono tranquille, eppure, per diverso tempo mi sono comportata soltanto come se mi trovassi in mezzo ad una terribile tempesta.

I(n)spirare

ildubbio

Sicuramente esistono tanti altri modi di vivere. Spesso mi perdo ad osservarli nei gesti, nelle parole e nelle decisioni degli altri. Mi chiedo cos’è che li anima, cosa li spinge verso l’attimo successivo, cosa li fa sentire vivi.

Cosa li ispira.

In questo periodo mi sento come se volassi a vista, i comandi automatici dell’aereo sono tutti scassati e mi tocca regolare i parametri a mano, il che sarebbe pure divertente se non fosse per il fatto che avrei bisogno di concentrarmi su altro e posso solo immaginare come si possa star bene a qualche centinaia di metri più su, potendo osservare il mondo dall’alto, ma per davvero, con il cuore che sussulta ad ogni vuoto d’aria, come se fosse innamorato. Diciamo che non è tanto male in fondo, rispetto all’evenienza di dover affrontare un’altra avaria, però manca qualcosa.

L’ispirazione, appunto.

Uno spunto, un’idea folle, un amore, una scia di polvere luminosa che ti passa accanto chiedendoti di saltare a bordo senza pensarci troppo e senza osservarla con troppa attenzione perché finirebbe per spegnersi e depositarsi al suolo come tanta altra comunissima polvere. Mi son guardata indietro e mi sono resa conto che ho sempre viaggiato in avanti nel tempo così. Credo di non saperlo fare diversamente. Cerco un guizzo, un’idea sfuggita ad un incubo, una nuvola che attutisce i passi.

No, non la si può cercare, non consciamente. L’ispirazione capita. Si mette di traverso sulla tua strada all’improvviso e hai solo pochi istanti per decidere se seguirla o no e il punto non è tanto il come e il quando questo accade, ma è proprio la mancanza di voglia e di spirito da parte delle persone di prendere quello spunto e farlo proprio, metterlo negli ingranaggi della propria giornata e farlo funzionare. All’ispirazione non è che si può dire aspetta che c’ho da fare, magari più tardi. Quella s’offende. Se ne va. Torna a vagabondare tra i cuori persi, alla ricerca di quello giusto che possa accoglierla. Alla lunga finisce per sbiadirsi, come una passione pallida per l’insoddisfazione.

Così da un lato c’erano persone troppo impegnate a vivere, dall’altro osservavo quei fantasmi di creatività stanchi e davvero non sono riuscita a capire. Si fa più caso alle ispirazioni?

Io per il momento mi tengo stretta l’ultima che ho trovato, sperando che non si esaurisca troppo in fretta.

 

Dimmi Di ‘Nuovo’

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Il treno si congedava da essa e io pensavo, come al solito, a chissà com’era stata da nuova. La stazione del mio paese è ormai un po’ lasciata a se stessa ed io ogni volta che il treno si allontana abbastanza da permettere di vederla quasi per intero mi domando che sensazione dava un tempo, con i muri bianchi e le finiture rosse, l’orologio che non segnava l’ora giusta solo due volte al giorno e senza erbacce, con entrambi i binari in funzione e il cartello con il proprio nome pulito e blu. Hanno anche dipinto qualche anno fa, ma un non si scrive sui muri è comparso poco dopo, insieme a numeri di telefono, dichiarazioni d’amore, i ti amo seguiti da ma io no, date di giorni importanti, litigi, insulti e riappacificazioni. Ci si potrebbe perdere a ricostruire intere storie da quei muri.

Mi sarebbe piaciuto esserci quando tante cose erano nuove. Stazioni, fabbriche della mia città prima che fossero abbandonate, vite prima che andassero in giro con delle barbe incolte, cuori che amo prima che si riempissero di ferite e sorrisi che ancora brillavano anche attraverso la nebbia. E’ vero che c’è della bellezza in tutto, a guardare quando l’ora del giorno è quella giusta, ma osservo cosa ho intorno e di nuovo vedo ben poco. Di ciò una gran parte appartiene pure al virtuale o comunque alla tecnologia.

Nuovo significa costruire. Un’automobile con i lego, un origami con la carta, un’idea con piccoli pezzi di altre caduti a terra mentre qualcuno frugava nella borsa cercando le chiavi di casa. Nuovo significa progettare. Proiettarsi. Riuscire a vedersi al di fuori di quel muro in cui ci si è rinchiusi per fuggire, pardon, proteggersi. Che certe volte si costruisce in modo sbagliato o non proprio adeguato. Pur riuscendo a demolire quell’orrore il problema comunque è che all’occorrenza si tira fuori dal cassetto di nuovo lo stesso progetto e lo si rimette in piedi uguale, identico a com’era prima. Tutta una storia poi per distruggerlo di nuovo. Nuovo significa inventare. Inventarsi una strada alla quale non ha pensato ancora nessuno. Inventare una storia. Inventare parole, similitudini. Ditemi se non c’è più vita nell’invenzione che in qualsiasi altra cosa al mondo. Nuovo significa futuro.

Poi non ci riesci a guardare attraverso tutto quel nero. Riprovi sfregandoti gli occhi ripetendoti che non può essere sparito tutto all’improvviso, che il futuro, l’invenzione devono essersi nascosti da qualche parte, ti stanno solo giocando uno scherzo. Mi sono arresa piangendo, una sera di mesi fa, raccontando alla luna che avrei mollato tutto e fatto poi un po’ quel che capitava, perché quel nero mi impediva di guardarmi le punte dei piedi, figurarsi il futuro. I motivi erano tanti, e non dipendevano, o non più, da me. Credevo davvero che fosse tutto finito. Finita la tranquillità, quella necessaria, quella che deve esserci se vuoi almeno tentare di ascoltare cos’ha da sussurrarti un raggio di sole. Nemmeno un briciolo di egoismo a sostituirla. Non sono capace di mollare e rendermi conto delle cose com’è che stanno. Preferisco la sconfitta, piuttosto che arrendermi. Che poi la vita ti passi sopra con un rullo compressore invece di stringerti elegantemente al muro minacciandoti di fioretto è solo perché manca totalmente di stile.

 Il treno rallentava entrando in un’altra stazione. Un po’ alla volta, fino a fermarsi. Mi stavo chiedendo com’è che ci si sente quando intorno a sé si respira aria di ‘nuovo’ non soltanto per curiosità, ma per ritrovare a naso quel che sentivo perso anch’io.

Il nuovo richiama il nuovo, quello che dentro di sé soccombe ogni volta che uno schema mentale o un edificio grigio e decadente invade gli occhi e la mente. Questo oggi per me sa di piccola rivoluzione. Se qualcuno ti dice che è lecito sognare e con una certa convinzione pure, allora sai che non è davvero tutto perduto, finito. Cambiato si, ma non finito. E non mi fate i cinici, sognare è un conto e avere la testa tra le nuvole è un altro. Io lo so perché l’ho fatto.

E porca miseria, non c’è scritto proprio da nessuna parte che non si possa provare ancora.