*… Prospero E Gerardo …*

Mi aveva puntata da lontano.
Non avevo per niente voglia di discutere o innervosirmi. Mi sono guardata intorno smarrita, cercando una via di fuga, rendendomi conto di essere su una panchina al margine di una piazza enorme, deserta. Ma quale via di fuga, pensai. Ormai l’avevo visto camminare nella mia direzione e qualsiasi tentativo di dribblare sarebbe sembrato come minimo scortese. Stranamente però aveva su un gran bel sorriso.

Piacere, io chiama Prospero, tu come chiama?

Gli sorrido a mia volta. Era partito bene in fondo. Anche se, in realtà, non avevo voglia di discutere o innervosirmi e ancor meno di chiacchierare con uno sconosciuto.

Mi chiamo Bianca, piacere mio!

Ahah! Bianca! Se tu chiama Bianca, allora io chiama ‘Nero’! Ahahah Vedi, io cambia nome subito, a come serve..

Scoppiai a ridere, mi aveva presa alla sprovvista. Andiamo bene, pensai, mi piglia pure in giro.

Da dove viene tu, Bianca?

Napoli..

Ah io viene da Africa. Vicino.. disse, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Se non fosse stato per la sua espressione seria, stavolta avrei giurato che mi stesse davvero prendendo in giro.

Eppure tu non parla come napoletani. Io conosce napoletani, tu non parla come loro. Non è vero tu prende in giro! Ahah! 

Aveva girato la frittata. Gli giurai in ogni modo che ero davvero napoletana. Non voleva credermi, finchè non osservò, serio, che in fondo ero anch’io lontana da casa. Non quanto te, pensai.

Io viene da Lampedusa. E’ davvero dura vivere. Dicono che qua è meglio, ma non è vero..

Scuoteva la testa, rassegnato. Disse che gli mancava tanto sua madre, suo fratello, suo padre che non c’era più. Erano rimasti in Africa. Riusciva a sentirli per telefono ed erano anni che non li vedeva. Andare a fargli visita è un casino, per i permessi di soggiorno e i costi. E doveva tirare avanti come meglio poteva. Notai che si sentiva terribilmente solo. Mi guardai un attimo intorno e mi resi conto che eravamo entrambi soli, lontani dalla famiglia, girovagando senza una meta ben precisa. Solo che io quella sera sarei tornata a casa, invece. Rimasi impressionata dalla sua voglia di parlare. Mi capita di vederne tante di persone nelle sue condizioni, eppure non mi era mai capitato di incrociare i miei passi con qualcuno di loro e capirne i sentimenti così da vicino. Le strade si incrociano in maniere imprevedibili, delle volte, e inevitabilmente ci si scambia qualcosa in quei pochi minuti di contatto. Non so cosa l’avesse spinto a parlare con me. Io di certo capii, mentre si allontanava, che non l’avrei più rivisto e che non l’avrei dimenticato facilmente. Se ne andò, si, non prima di aver provato a vendermi qualcosa.

Guarda, davvero, qualsiasi cosa possa prendere non saprei dove metterla. Piuttosto ti offro qualcosa..

Ci salutammo e mi augurò buon viaggio. Di nuovo sorridente, vivace, come se nonostante le difficoltà riuscisse ancora a guardarsi intorno e scorgere qualcosa di bello.

Probabilmente a qualcuno doveva esser sembrato davvero indecente il fatto di volermene stare un po’ per conto mio, quel giorno. Lo pensai nel momento in cui piombò uno straniero nella mia cabina del treno. Anche stavolta ero sola, tutta la carrozza quasi deserta, e per questo lottavo contro il sonno. La stanchezza m’avrebbe anche presa, ma ero sola e non potevo per niente abbassare la guardia. E infatti quando ‘Gerardo’ si piazzò di fronte a me, sveglio e allegro come se avesse appena vinto alla lotteria ebbi anche un po’ paura. Dove me ne sarei mai potuta scappare, poi. Tanto per cambiare. Iniziammo a parlare del ritardo del treno, ci presentammo e iniziò a raccontarmi della sua vita. Rigorosamente in inglese. Già, perchè se quella mattina avevo avuto la fortuna che Prospero sapesse qualche parola di italiano, Gerardo invece mi mise duramente alla prova, costringendomi a parlare in una lingua che non uso quasi mai. Dopo un po’ mi disse che ero brava. Superai perfino la mia convinzione di non resistere per più di 5 minuti in una conversazione del genere. Quando si dice convincersi dei propri limiti.

Gerardo aveva una storia incredibile. Nato in Messico, cresciuto a Los Angeles, era nell’esercito americano, in una base a Catania. Il suo lavoro lo costringeva a girare il mondo. Provò a convincermi di visitare il Giappone, dove l’ingegneria ha un futuro pazzesco, facendomi un corso accelerato sulle somiglianze tra l’inglese e il giapponese.

Once you speak English, it’s easy to learn it.

E che ci vuole, pensai.

Gli mancava la sua famiglia, molto allargata, visto che entrambi i genitori si erano risposati e nonostante ciò erano tutti molto uniti. Suo padre era venuto dall’America in quei giorni per stare con lui. L’avrebbe portato a Firenze, poi Roma e infine Napoli, prima di restare un po’ a Catania. Mi sembrò giusto che, avendo fatto tanti chilometri per arrivare da lì, girare l’Italia come se fosse un paesino di montagna per loro fosse normale. Mi fece un sacco di domande su di me e la mia vita. In un batter d’occhio passarono due ore quasi, tra i treni giapponesi a levitazione magnetica, alle pizzerie più famose di Napoli, a quanti possibili modi ci sono di dire il mio nome in altre lingue, passando per le assicurazioni auto e relazioni sentimentali. Sembrava che qualsiasi cosa gli passasse per la testa fosse uno spunto per chiacchierare. Ad un certo punto, stanco, disse che sarebbe tornato nella cabina da suo padre per dormire un po’. Ci tenne a precisare che per qualsiasi problema avrei potuto comunque chiamarlo.

If somebody tries to get in, you just – mimò una faccia spaventata gesticolando – and I come here. 

Fu così buffo che mi misi a ridere e lo ringraziai. Lo rividi soltanto all’arrivo. Non glielo dissi, ma in fondo gli ero grata per avermi fatto compagnia. Mi aveva fatto sbirciare per un po’ dal punto di vista da cui lui osserva il mondo e lo ricorderò a lungo.

Ogni tanto ripenso ad entrambi. Prospero e Gerardo. A quanto sia stato assurdo incrociare i loro percorsi. Partiti da continenti diversi, incontrati lo stesso giorno, tutti e tre in viaggio attraverso conti da fare con se stessi. Ripenso ai loro sorrisi che allontanarono per un po’ qualche ombra dal mio viso. Mi è sembrato quasi fossero stati lì solo per quello. Per ricordarmi qualcosa. Per ricordarmi cos’è che stavo dimenticando di fare. Perchè ad allontanarle dal cuore, appunto, avrei dovuto pensarci io.

*… Evvaiiii !!! …*

to-do-list-nothing

Comunicazione di servizio: pare che Bianca, alias Bloom2489, sia stata presa da travolgente euforia post-ultimo-esame, in seguito a festeggiamenti a base di birra e panuozzo, sul quale si è avventata come se negli ultimi due giorni non avesse toccato cibo. In realtà l’ha fatto, ma con la morta nel cuore, tanto che perfino il salumiere che a pranzo le ha venduto una pizzetta che possedeva i requisiti minimi per potersi definire tale, deve aver pensato che stesse per passare un guaio, dall’espressione che aveva in viso.

Si avvisa che nei prossimi giorni potrebbe lanciarsi in riflessioni pseudo-filosofiche miste a improvvisi scoppi d’ilarità, non prima di aver archiviato i milioni di appunti e il librone che ha occupato i suoi pensieri nelle ultime settimane, rito immancabile che avrà luogo non appena avrà la forza di rialzarsi sul divano sul quale è andata a scaraventarsi appena tornata a casa.

Coglie l’occasione per ringraziare le persone che l’hanno supportata (qualcuno direbbe più sopportata) in momenti di acuta depressione durante i quali con grande savoir faire è stata mandata letteralmente a fanculo, soprattutto in seguito a controproducenti attentati alla propria autostima. Tra i tentativi per porvi rimedio, resta memorabile il giorno in cui la sua compagna di (s)ventura A. è piombata alle 8 del mattino sotto casa con Gold degli Spandau Ballet a tutto volume dallo stereo dell’auto. Ricorda anche di aver sperato che i vicini non iniziassero ad odiarla per questo, ma quando il dirimpettaio domenica mattina è partito con tutto il repertorio di Domenico Modugno, mentre lei tentava di trovare un senso alla propria esistenza e a quella dell’equazione dell’equilibrio variato di Eulero, ha desiderato che l’episodio si ripetesse il prima possibile.

Nei prossimi giorni, prima di iniziare la tesi, conta di riappropriarsi del proprio brio ed entuasiasmo e possibilmente non del chilo perso studiando, per la serie l’università-ti-fa-bella.

E più sorridente, già.

 

*… Sorridi Che La Vita (Se Le Gira) Ti Sorride …*

Quando si dice che anche una giornata apparentemente insignificante riesce a regalare piccole soddisfazioni qualche volta.
Cose di non troppa importanza che però appena riesci a fermarti un secondo, ci ripensi e sai che non appena metterai la testa sul cuscino ti verrà da sorridere, giusto pochi secondi, prima che la tua mente,  mentre si appresta a chiudere baracca, se ne va rimbalzando tra un pensiero e un altro come una di quelle biglie di gomma che se lanci senza troppo riguardo va sbattendo da muro a muro fino ad incastrarsi da qualche parte dietro ad un mobile, sempre che non la perdi di vista e sbuffi, perchè ti tocca cercarla dapertutto.

Ieri ancora non ho capito bene com’è che è toccato a me fare il taxi per andare a recuperare mezza famiglia in giro per la città vittima di scioperi dell’ultimo minuto. Non che mi sia dispiaciuto troppo, perchè poche cose mi piacciono come guidare, però ho trascorso praticamente la giornata in auto tra traffico, statali, motorini che a poterlo fare ti passerebbero anche sulla testa e attese più o meno lunghe senza poter fare molto altro che tirar fuori un libro (che a furia di aprirlo solo di notte lo finirò nel duemilaemai) e ascoltare qualche canzone alla radio. Senza parlare del fatto che come “special guest” di fianco a me avevo mio padre. Una di quelle rarissime volte che posso guidare io e non lui. Ahh. Fa sempre un po’ preferisco-ripetere-l’-esame-di-scuola-guida. Roba che magari sulla rampa d’accesso lui qualche volta dimentica di mettere la freccia. Tu no. Tu non puoi dimenticarlo. Sta lì pronto che ti ripiglia. Per non parlare dello stai al centro corsia, non t’azzeccare a quello davanti e allegerisci il piede. Hai la patente da 5 anni e a tratti ti senti un’idiota. Però poi lo stupisci. Il parcheggio da manuale. Ti concentri nemmeno che la tua vita stia dipendendo da quello. E sai che quando ti ci metti non sbagli di un millimetro.
Abbozzi un sorrisetto da carogna e lui ti fa “Però, complimenti!”. Esci dall’auto trionfante. Con un padre, tu figlia, certe cose te le devi guadagnare, non c’è niente da fare. E so’ soddisfazioni.

La seconda della giornata, invece sta su tutt’altro piano. Ed è idiota. Davvero idiota. Ogni tanto mi vengono idee strampalate, stupide, che hanno un loro perchè magari e trovano pure realizzazione, come oggi, ma solo perchè il mondo ogni tanto decide di assecondarmi e darmela vinta.
Qualche tempo fa mi chiesi se esistessero al mondo altri uomini che hanno il taglio d’occhi come quello di Antonio Banderas. Si perchè io sono una di quelle che pensano che lui sia sexy anche accarezzando un plum-cake. Anche se è passato da Angelina Jolie a Rosita. Non uomini che gli assomiglino o altro. Il taglio d’occhi, lo sguardo. Lo so, avete appena portato una mano alla fronte  (il famoso facepalm) e state ridendo. Però è vero. Mi è sempre sembrato troppo particolare, occhi profondi, scuri, uno sguardo sia duro, deciso che dolce, all’occasione. Mi ripromisi di farci caso, guardandomi in giro, hai visto mai. Era un po’ che non mi veniva in mente questa cosa. E poi ho scoperto che Zorro in realtà lavora al Servizio Clienti dell’Auchan a pochi km da qui. Ieri sera mi stava prendendo un colpo. Ero andata già qualche giorno prima per passare la mia scheda Tim a Vodafone approfittando di una di quelle mega-offerte scontatissime. Ovviamente mi sbagliarono il numero di telefono e la scheda non si attivava mai. Così sono tornata e dopo un paio di tentativi falliti ai box informazione sbagliati, approdai al box giusto.

-Buonasera!- dissi, tentando di attirare l’attenzione di qualcuno.

E arrivò Zorro. Camicia bianca, pantaloni neri, capelli neri tirati indietro con il gel (ma chi li porta più così?!), braccio destro poggiato sul bancone, busto a tre quarti. La mia espressione era indecifrabile.

-Buonasera signorina, dica pure-.

Pffft. Pffffft. Stai seria stai seria staaaai seria. Non scoppiargli a ridere in faccia. Resisti.

-Salve, ho un problema con l’attivazione della scheda Vodafone, però un attimo che ho lasciato delle persone fuori al negozio, vado a chiamarle-.

-Si, si, però poi torni qui che vediamo-.

E certo che torno, se me lo dici così dove vuoi che me ne vada?

Tornai prendendo dalla borsa la sim incriminata.

-Allora, mi dica pure-.

Lo guardai. Non potevo crederci. Era esattamente quel taglio d’occhi. L’aria meno intelligente. Però era quello. Avevo davanti una folle idea fatta persona.

Si dunque, h-ho passato la sim Vodafone a Tim… oh, no, no… Tim a Vodafone. O no? La Wind non c’entra di sicuro….Aaa machissene…!

-Dunque, in pratica è stato sbagliato il numero della Tim da passare in Vodafone, perchè non risulta alcun passaggio-

Senti Don Diego, smettila di guardarmi così. Lo so che non hai capito niente, ma non mi freghi sbattendo le ciglia…

-Aspetti un momento che chiamo la collega-

…come volevasi dimostrare, addio mio eroe.

Alla fine mi son dovuta pure tenere il numero che dicevano loro. Però metti la soddisfazione di aver avuto quel paio d’occhi dritti dritti davanti ai tuoi!

La terza invece è piuttosto una piccola grande conquista. Al ritorno dall’Aushan deviazione in pizzeria. Il pizzaiolo di fiducia di famiglia è davvero un personaggio. Lavora bene, ma guai a rivolgergli la parola. Non risponde e se lo fa è a grugniti, se va bene, altrimenti è un leggero cenno con la testa. All’inizio si pensava fosse muto, invece una sera lo sentii parlare con un altro signore in maniera anche abbastanza agitata. Peccato che non riuscii a capire nemmeno una parola. Parlavano in una lingua incomprensibile, non era nè italiano (figuriamoci) nè dialetto stretto. E so che non è nemmeno straniero. Boh. Il problema è che spesso nemmeno coglie l’ordinazione e tu stai li a ripetere nel minor numero di parole possibili com’è che vuoi la pizza, soprattutto se a metro e alla tua famiglia vengono in mente i gusti più strani. Perso l’attimo, è finita. Ieri invece ci sono riuscita. Il cenno con la testa è arrivato subito, seguito però da una smorfia. Mi sa che il metro metà margherita bianca e metà ortolana al pomodoro doveva essergli sembrato un abominio. E infatti ha messo pomodoro ad entrambe le parti.
A quanto pare non si può ottenere sempre proprio tutto tutto, però in cambio qualche volta torni a casa, stanca, ma con un sorriso e una storia buffa, da ricordare…

ღ…Here’s To Never Growing Up…ღ

Finì di mangiare la sua pizza e sorseggiando la birra si guardava intorno. L’aria era quella delle più piacevoli di inizio estate. Le candele poste ai lati della strada tremolavano e V. sorrideva con l’aria soddisfatta di chi da quell’atmosfera aveva carpito qualche riflessione degna di nota. Almeno per lui. Allora avrei dato qualsiasi cosa per capire cosa gli passasse per la testa. Una persona estremamente complicata e sibillina nelle parole, nei gesti, nei pensieri. Ti inviava un sms e tu stavi almeno 10 minuti buoni a capire cosa intendesse.

Io stavo finendo la mia pizza. Pensavo che in fondo aveva fatto tutto lui. Fu lui che quella sera di 8 mesi prima mi sorrise in treno senza che ci conoscessimo ancora e si presentò nel bel mezzo del mio momento di relax di fine giornata universitaria. Sarei arrivata alle 19 a casa e quei 40 minuti di viaggio pensai di impiegarli dando uno sguardo agli appunti del corso di Geometria. Relax in quei mesi era una parola da poter usare solo in senso ironico, giacchè 12 ore dopo mi sarei di nuovo trovata su quel treno, nel senso di marcia opposto. Chiacchierammo un po’ ed arrivata alla mia stazione scesi, senza sapere se l’avrei mai più rivisto. Fu in quel periodo che il mio inconscio decise che io dovessi a tutti i costi capire il concetto di “coincidenza”. Che poi divenne “sincronicità”. Che poi divenne “Legge dell’Attrazione”. In poche parole avevo bisogno di capire per quale diavolo di motivo riuscii ad incontrarlo in tutto quasi un’altra decina di volte senza mai darsi un appuntamento, per caso, in luoghi ed orari imprevedibili.
La sera della pizza, però, come ho accennato, combinò tutto da solo. Ancora non ho capito se prese al volo l’occasione o era suonato davvero. Nel pomeriggio gli avevo accennato in chat che avevo bisogno di dirgli una cosa, che adesso nemmeno ricordo più, tanto che era stupida. Lui disse di vederci al bar, avremo potuto parlarne da vicino. Bah. Accettai perchè in qualche modo mi aveva presa ed ero felicissima. Il motivo dell’incontro si esaurì subito e finimmo a parlare di tante altre cose. O meglio, parlava lui. Ricordo che accennammo anche alle somme di Riemann. Mi dissero, dopo aver sentito questa, che forse era quello giusto per me. Abbastanza fuori di testa. Dopo il bar, la pizza.

Alzai lo sguardo dal mio piatto e notai che mi stava fissando. Sempre sorridendo. Sostenni lo sguardo per un po’ e mi girai. Capii cosa significa essere passati ai raggi-X. Adesso mi volto e lui sta guardando da un’altra parte, pensai. Diavolo e invece no. Era ancora lì. Allora sorrisi anch’io e cercai di pensare velocemente per chiedergli qualcosa e distoglierlo. Per fortuna mi ricordai del suo nickname in chat. Gli chiesi cosa significasse. Lui si guardò a lungo intorno e con l’aria più superficiale di questo mondo disse che era una cosa di tanto tempo prima e che ormai lo rappresentava in pieno. Fantastico, dissi nella mia testa.
Non ripeto qui il nick, ma in parole povere stava a significare che lui era oramai un uomo incapace di amare. A poco più di 30 anni l’amore era già qualcosa in cui non credere più. Alla faccia di tutte le prospettive di vita felice. Poi scoprii che gliel’aveva ‘appioppato’ la sua ex. Quella precedente alla sua ragazza, ovvero quella con cui aveva litigato giusto il giorno prima di uscire con me e che rompendomi le scatole con un profilo falso di facebook aveva provveduto a rendermi nota la situazione. Già perchè il genio le aveva parlato di me. E lei gli disse del profilo falso e lui non disse nulla a me. E io li mandai a fanculo tutti e due.
E lo rividi, ormai ero abituata a vederlo comparire davanti ai miei occhi quando meno me l’aspettavo. Disse che si erano lasciati. Dal basso dei miei 19 anni gli dissi che si erano comportati come degli immaturi. Lui letteralmente scappò via. Mesi dopo, ancora in quel treno, ancora per caso, lo incrociai. Ero già alla porta pronta per scendere. Lui saluto con la mano, con un viso inespressivo. Io accennai un sorriso,  perchè rancore non riesco a portarne. Anche se una fiducia spezzata resta tale, la rabbia può ridiventare serenità. Lui portava ancora il peso di due storie finite. E’ normale, capii, che pensasse io fossi un’aliena. Doveva pensarlo, per forza, perchè alla mia risposta mi guardò con l’aria di uno a cui è stato detto che gli unicorni esistono davvero.
Già, perchè la domanda, quella sera, la rivolse anche lui a me.

E tu, perchè ti chiami Bloom? Scommetto che sei una fan dell’attore, Orlando.

Oh no, no. Non lo sono. Sorrisi. Bloom è una fata. Hai presente quel cartone animato italiano, le Winx? Bloom è una di loro. E’ l’ultima fata della Terra. L’ho scelto come nick per ricordarmi di non crescere mai troppo, di restare bambina da qualche parte nel cuore, stupirmi, sorridere, pensare a cose assurde e stupidaggini varie e provare a godermi la vita meglio che posso. Gli adulti che hanno cacciato via il bambino dentro di sè tendono ad essere tristi, cinici a lamentarsi di continuo, sono fieri di essere cresciuti, ma non hanno capito bene a cosa serve esser grandi.

Persone così esistono. Non le ho inventate io. Mi capita di incontrarle.
Altre invece le incontri per capire com’è che non vorrai mai diventare.
Mi riaccompagnò a casa e mi prese la mano stringendo forte. Soltanto quella volta nei suoi occhi riuscii a leggere cosa stava pensando. Almeno credo. Una parte di lui era con me, con le mie idee pazze. Un’altra parte era ferita ed era quella che gli metteva sul viso quell’aria sfiduciata. E in quella parte io non avrei mai potuto metter piede.

Da qualche giorno è uscito il nuovo singolo di Avril e mi ha fatto ripensare alla storia dei nickname. Here’s To Never Growing Up.
Nel senso di rimaner giovani. Crescere e rimanere giovani. E’ una delle cose migliori che ci si possa augurare…

Nel video ci sono le lyrics  😉

*…Quando Si Dice Che Il Viaggio è Più Importante Della Destinazione…*

Ovviamente bisognava omettere qualcosa. Quando si ha un’unica possibilità, poche righe a disposizione e un’occasione più unica che rara di cui approfittare… beh, c’è da mettersi davvero d’impegno. Di certo non si poteva far riferimento a cose specifiche. Cose che in quelle righe non potevano aver posto, ma che l’avranno sempre nella mia testa, nel mio cuore e che gridano e pretendono da me di essere capite e apprezzate fino in fondo, davvero davvero in maniera completa, come nessuno mai potrebbe, come è giusto che sia. Non si sarebbe mai potuto far riferimento a tutte le volte che i sorrisi scaturiti da incontri casuali sono rimasti sul mio viso, non senza incertezze nei passi, nelle parole e spesso anche nei pensieri, tutte le volte che quei bricioli di euforia sono stati fondamentali per portare euforia anche in tutto il resto della giornata, o a tutte le volte in cui lunghi sguardi son finiti ben dietro gli occhi o altre volte in cui la testa finiva per vagare per altre vie, mentre i miei passi seguivano, per fortuiti casi, quella che percorreva precedendomi. Le innumerevoli volte che mi son svegliata, al mattino, con la sua immagine nella testa, perchè da qualche altra parte ci si era incontrati, in circostanze assurde, improbabili, ma che, sempre sorridendo, ricordavo di tanto in tanto durante la mia giornata piacevolmente, tanto da credere fermamente che in fondo tra sogno e realtà non c’è alcuna differenza, se in fondo ci sono sempre io, sia dall’una che dall’altra parte, io con i miei pensieri e i miei sentimenti e le mie sensazioni, come un continuo, un tutt’uno inseparabile. Ma come ci si potrebbe, in fondo, separare da queste cose senza togliere significato a tutto ciò che di materiale ci circonda o a tutte le persone che abbiamo scelto di avere intorno, nella nostra vita? Lui c’era. E per qualche motivo ben valido, pure. Che poi non fosse esattamente lui ma ciò che di fisico è possibile percepire con gli occhi, insieme a qualche sensazione su ciò che potrebbe essere al di là di quelle percezioni, aggiungendo qualche traccia di personalità presumibile dalle poche parole sentite… è effettivamente limitativa come cosa. Ma era abbastanza. Almeno per quelle minime intersezioni dei miei passi con i suoi. Perchè niente di più era possibile ottenere, perchè c’era da aspettare una bella, grande occasione, che tra le altre cose mi avrebbe permesso di rendere quelle intersezioni, beh, “meno minime” almeno di un po’. Alla fine però tutte le mie scelte, ogni decisione, ogni tassello che ero più che certa stava a costruire ciò che avevo sempre pensato, a lungo termine hanno costruito tutt’altro scenario. Avevo già scelto, inconsapevolmente, di andare altrove da ciò che avevo immaginato. Almeno a saperlo prima! Sarei arrivata più preparata a quel momento. Ma come si fa ad arrivare preparati ad un qualcosa che nemmeno si ha idea di cosa sia? Perchè non si è consapevoli, fin da subito, di tutte le coseguenze delle nostre scelte? Perchè si vive nel frattempo all’oscuro di ciò che “ci siamo riservati” per il futuro? Credo che il segreto sia in ciò che possiamo imparare, durante quel tempo, dagli ostacoli che scegliamo per noi stessi, come se fosse un gioco in cui riesci ad evolverti, a maturare, non prima di aver sconfitto il nemico di turno, o superato il muro di cinta alto abbastanza  da farti imparare, che la prossima volta, non avrai bisogno di nessun muro e di nessun nemico e di nessun intoppo e nessuna occasione speciale per fare ciò che vuoi davvero fare. Già perchè crollato il muro, resti tu, da sola, davanti al tuo obiettivo. Allora lì inizi con tutta un’altra serie di domande. E’ davvero ciò che voglio? Non è che ne rimarrei delusa, infastidita, o mi incastro in qualche situazione spiacevole per cui in fondo quel muro era pur sempre una sorta di protezione? -Aspetta un momento- pensi. -Cos’è che ho scritto prima? “Ciò che vuoi davvero fare”. E credo, che non ci sia nient’altro che conta, una volta cancellate una ad una tutte le suggestioni negative-. E qui si torna a quella possibilità, che forse era, ancora una volta, una maniera per dimostrare a me stessa ciò che dall’inizio si era prospettato. O che forse non lo sarà, chissà. Di nuovo, non so nello specifico chi o cosa ho riservato per me nel futuro. Ma questo basta a rinnegare tutto? A dire che è stata tutta un’enorme perdita di tempo, una stupidaggine? NO. Nonostante l’estenuante sensazione di attesa, nonostante fosse soltato un’idea a piacermi, beh, mi piaceva. Mi piaceva. E soltanto per questo, ne è valsa la pena. Una cosa bella, che di più belle non ne esistevano, per quel poco che fosse, per quello che rappresenta per me. In poche righe si possono mandare dei segnali impliciti a qualcuno, e segnali molto più espliciti a se stessi. E per ciò che riguarda me, sono contenta, almeno di esser riuscita ad essere me stessa e di aver imparato tanto.

E sono già contenta, adesso, per tutto ciò che di bello, ancora, deve venire.