Ti racconto una foto

Questa volta una sfida divertente, mi è stata assegnata una foto di una città che conosco poco, l’idea affascinante di lasciarsi ispirare dalle immagini in bianco e nero per vedere una storia svolgersi lì intorno. La realtà e la fantasia si incontrano sui margini della foto, giocano e si intrecciano e alla fine sembra che ne resti giusto una sensazione, di entrambe. Ecco, per me partecipare a questa raccolta di racconti è stato qualcosa del genere. Il mio racconto si chiama Non oltre la torre, ispirato dalla foto della torre dell’acqua di Castellammare di Stabia, ammetto non facile, ma poi l’atmosfera più di tutto è riuscita a coinvolgermi.

Lascio di seguito un link per sapere di più

Ti racconto una foto: Castellammare di Stabia edito da Opera Indomita

Raccontami Una Storia

Prese un pastello tra quelli sparpagliati sul tavolo. Uno giallo.

-No giallo no, vedi? Sul bianco non si nota bene-

Ok, blu allora-

-D’accordo. Cosa disegno?-

-Mmm… Una fontana. Con i pesciolini. Però quella mattina i pesciolini non c’erano-

-Allora con o senza pesciolini?-

-Ehm… senza-

-Ok. Ma forse vedi, ecco, il fatto è che la bimba quella mattina non aveva molliche di pane con sé, per questo si nascondevano- 

Mi tolse il pastello blu da mano, ne prese uno rosso. Per la gonna della bimba. Poi da lì aggiungemmo gli alberi, il sole, le nuvole, altri bimbi, un paio di draghi, un castello, quattro farfalle e la casa delle fate. Il foglio diventava affollato, la storia pure. Così, senza una logica, senza che ne fosse necessaria una. Non c’era un senso. Che se una storia ha un senso allora la ricordi. Io non la ricordo più. E credo nemmeno lei. Ogni storia che inventiamo dura giusto il tempo di raccontarla. Poi svanisce. Restano solo un mucchio di personaggi più o meno fantastici rubati al bianco dei fogli e che stanno lì a guardarsi per quel poco che riescono a girar la testa così spiaccicati su sole due dimensioni.

Soltanto dopo un po’ di tempo mi accorsi che mancava lui. Il lui per eccellenza, signore e signori. Il lui in calzamaglia. Non era stato per niente preso in considerazione. Alla mia baby-cugina non era venuto proprio in mente. I draghi balzellavano felicemente intorno al castello liberi di asciugare perfino le nuvole sopra di loro e io immaginavo quel poveretto solo come un cane seduto nel suo studio da qualche parte nel mondo con una mano sotto al mento e il cellulare che non dava notizie né di principesse né di borghi da salvare. Io poi sono sensibile e a certe cose faccio caso. Per cui dispiaciuta le dico:

E il principe azzurro? Il principe non c’è?-

Lei cambiò espressione nemmeno le avessi nominato il diavolo. -Naaaa!- rispose. Feci qualche tentativo di dimostrarle la necessità della presenza di un qualsivoglia principe dal momento che i draghi ci stavano bruciacchiando la storia finché non mi accorsi che lei teneva proprio per i draghi e che avrebbe acconsentito all’arrivo di un principe soltanto se quest’ultimo fosse stato  poi catturato e rinchiuso nel castello. Visto che sono sempre sensibile ho pensato che a quel punto sarebbe stato meglio per lui continuare ad annoiarsi per fatti suoi piuttosto che fare quella brutta fine.

Diciamo che poi la cosa mi ha lasciata abbastanza perplessa. Capisco pure che l’idea del principe azzurro che una bimba può avere poi nel corso della propria vita cambi, si modifichi, se va bene viene riciclata, se va male distrutta. Ma che così fin dal principio già contasse meno di un ramo spezzato nel bosco non me l’aspettavo proprio. E dire che proprio pensando a lei qualche anno fa decisi che nelle persone avrei continuato a credere. Che nessuno dopo quel lui avrebbe meritato meno attenzioni, meno entusiasmo. Non avrei mai potuto raccontarle una storia in cui un giorno qualcuno sarebbe arrivato e l’avrebbe amata meno di quanto meritasse solo perché un’altra donna l’aveva deluso troppo. Quel qualcuno non sarei mai potuta esserlo io, per un altro lui. Una storia così è pure più triste di una storia senza principe. Per cui se ciò che conta ormai non è né lui, né che ci si affezioni ad un drago più che ad una fata, ai buoni o ai cattivi, allora cos’è che importa?

Ho provato a darmi una risposta. Forse conta proprio la storia. Conta la voglia di raccontarla, di aggiungerci pezzi, di tenersi per mano e vedere fin dove si è capaci di arrivare.

E appena il mondo giungerà a una fine
Io sarò lì a stringerti la mano
Perché tu sei il mio re e io sono il tuo cuor di leone.

Ooops …!

Avevo più o meno otto anni e mi innamorai dei suoi disegni e della suo senso dell’umorismo grazie alle vignette sul Topolino e diventai poi praticamente matta per la storia a puntate Topokolossal dopo la quale nessuna baguette francese è stata per me del semplice pane, anzi ancora oggi quando sono al supermercato la tentazione di prenderne una e agitarla a mo’ di spada urlando “La baguette catalitica è con te, Tiè!” è decisamente troppo forte. In quel periodo cambiavo idea su cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande almeno una volta a settimana, ma per un bel po’ pensai che sarei diventata anch’io una disegnatrice come Silvia Ziche. Da qualche tempo ho scoperto il sito sul quale pubblica le vignette dedicate ai suoi personaggi, in particolare Lucrezia, alle prese con dilemmi tutti femminili e con la ricerca del suo uomo ideale (che poi basterebbe anche solo che fosse uomo davvero) facendo ironia sui loro difetti, su quelli delle donne e del mondo in generale. Riesce sempre a farmi sorridere e a rimettere sul giusto piano certe questioni regalandole un po’ della leggerezza che a me qualche volta capita di dimenticare prendendo con troppa serietà ciò che invece non ne merita affatto. Ho riportato qui sotto l’ultima vignetta che ha pubblicato che secondo me è geniale e vi invito a visitare il suo sito per trovarne tante altre davvero originali (:

www.silviaziche.com

 

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[tratto da Due, Lizard 2006 – Silvia Ziche]

* . . .She’s Like Tomorrow ♪. . . *

Ieri sera si è concluso l’Eurovision Song Contest, un festival europeo nel quale gareggiano cantanti ognuno in rappresentanza della propria nazione che possono poi essere votati da tutte le altre (altrimenti ogni nazione voterebbe per sè) ed è uno spettacolo estremamente organizzato ed elaborato, pieno di effetti speciali, proprio perchè ogni nazione cerca di stupire al massimo. Quest’anno si è tenuto a Malmo, in Svezia.

A me diverte tanto perchè mi ricorda un po’ lo spirito di Giochi Senza Frontiere. E poi nel momento delle votazioni si scoprono amicizie e antipatie, ad esempio, l’anno scorso la Grecia snobbò totalmente la Germania, oppure Estonia, Lituania e Lettonia hanno spesso occhi di riguardo l’una per l’altra. San Marino non ci considera mai nemmeno di striscio, se ben ricordo. Ogni nazione infatti deve assegnare dei punti, da 1 a 12, ai cantanti delle altre. L’Italia ha sempre partecipato fino al 1997, vincendo due volte con Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno ed è dal 2010 che ha ripreso a partecipare. Quest’anno è toccata a Marco Mengoni, che secondo me non era proprio il meglio che potessimo presentare, che ha comunque conquistato il settimo posto.

E’ incredibile come in genere la maggior parte delle nazioni schiera cantanti donne che sono delle bellezze incredibili, fisici perfetti, abiti da sogno e voci davvero notevoli, spaziando dalla dance al pop, dal nord Europa arriva sempre qualche gruppo rock e le nazioni più a sud puntano… beh, diciamo sulla simpatia. Si tratta spesso di cantanti che uniscono folklore e musica moderna o di cui comunque si sente forte la provenienza popolare.
A vincere è stata la Danimarca, però come accade quando guardo qualche festival, ce n’è sempre un’altra che mi colpisce molto di più e questa volta mi è piaciuta tanto quella presentata da Malta, dal giovane Gianluca Bezzina.

La canzone si chiama “Tomorrow” ed è di una dolcezza infinita. Me ne sono innamorata subito. E’ l’amore tanto semplice quanto coinvolgente, che trascinerebbe due anime anche diverse, all’apparenza, ma in qualche modo legate dalla stessa energia, già prima che se ne rendessero conto. Un lui, occupatissimo, preso tanto dalla sua vita e una lei, che è la sua svolta, il suo domani, la sua nuova direzione, che mai razionalmente prenderebbe in considerazione…

Visto che non ho trovato traduzioni in italiano (bah, solo una in ungaro, che non credo aiuti molto) l’ho tradotta io, perdonate qualche imprecisione o errore, ma davvero merita secondo me (:

Il suo nome è Jeremy, lavora in IT
non si è mai chiesto perchè è sempre stato
un ragazzo così attento, sensibile e timido
‘valutare il rischio’ è il suo investimento,
in una vita senza sorprese

fin quando lei arrivò nella sua vita

Lei è davvero spontanea, l’incertezza è il suo credo
non è mai stata ‘bianco o nero’
semplicemente di una gioia curiosa
Lei mostrò affetto per lui e una collezione dei suoi sorrisi
e per sua sorpresa …

Lei è come il domani, oh così lontano, vuole solo giocare
come il domani è sempre un giorno via
ogni volta scivola via, è vicina ma ancora così distante
E’ tempo di seguirla, domani…

Lui si è innamorato di lei troppo in fretta,
tutti abbiamo pensato che non sarebbe durata
perchè al buon vecchio Jeremy piace la sua rigorosa routine
perchè lui pensa solo ad oggi, ma il domani è il modo per lei
di trovare una nuova direzione e andrà tutto bene

E’ tempo di seguire lei, domani…!

~

Merita, come ogni cosa che riesce, ogni tanto, a mettere nel cuore un po’ di romanticismo, quando intorno ti capita di vedere cadute di stile tremende, come quelle di poveri idioti che vedendo tre ragazze in auto, l’altra sera, rischiano di farci un incidente per lo sfizio di affiancarle in rettilineo, facendo un po’ di strada appaiati, finchè lei alla guida ha rallentato per evitare che si arrivasse insieme alla rotonda successiva e facendo in modo che i tipi rientrassero in corsia, che tanto indietro non sarebbero tornati. Loro sono scappati avanti, io ho lasciato il freno tirando un sospiro, mentre insieme alle altre le imprecazioni ancora si sprecavano. Poi uno dice che non deve perdere la speranza che da queste parti, in giro, esistano persone interessanti. Che questo è un caso, certo, ma avessi avuto una volta, almeno, la possibilità di ricredermi. E che palle.