A Cercar La Differenza

Dopo la firma e la stretta di mano sono tornata al mio posto, raggiante. Ce l’ho fatta mi sono detta e nella mia mente l’ho ripetuto più volte per trattenere quel momento il più a lungo possibile. Tutti i gesti che seguono la fine di un esame, infatti, si susseguono in fretta, sempre. Allo stesso modo vanno di corsa una dopo l’altra le varie sensazioni di sollievo, gioia, soddisfazione. L’altra mattina, invece, ho provato qualcosa di diverso, che non ho voluto assolutamente dimenticare.

Quest’ultimo anno è stato pesante. Ripenso spesso a tutti gli avvenimenti, problemi e preoccupazioni che lo hanno reso tale. Ogni volta ho la sensazione sempre più netta che la vera difficoltà non riguardava davvero tutte quelle cose lì, ma il mio stato d’animo, come se ad un tratto si fosse spalancata la porta dietro la quale avevo chiuso tutte le mie paure, pure quelle che non conoscevo ancora. Quell’abisso si era impossessato delle mie risate, della mia leggerezza, del mio ottimismo e del mio alla fine andrà tutto bene.

Come ero potuta arrivare fin lì, traguardi e soddisfazioni incluse, soltanto pensando questo? Come avevo potuto ritenere il preoccuparsi un’occupazione del tutto inutile al fine di andare avanti? Quell’abisso mi attirava e mi teneva prigioniera, per di più iniziavo a pensare che fosse giusto così. Perché affannarsi tanto se poi alla fine va tutto storto? Perché sprecare il tempo a dipingere istanti ed emozioni se poi bastava distrarsi ed ogni cosa diventava di nuovo nera o al massimo grigia, spenta, senza vita, senza entusiasmo, banale e priva di senso? Volevo liberarmi dei miei sogni, sperando che così il mondo sarebbe sembrato meno brutto e proprio questo esame era diventato il simbolo di tutto ciò. Così accantonai quelle pagine.

In questi ultimi mesi ho pensato e pianto davvero troppo. Ho scoperto un po’ alla volta che l’abisso è una grandissima fregatura. E’ ammaliante e ad un primo sguardo sembra profondo e interessante. Si pensa di arrivare chissà dove riuscendo ad attraversarlo, mentre invece non si fa altro che girare in tondo tutto il tempo. Il buio inganna nascondendo i passi e mi sono resa conto, con rabbia, che mi stavo prendendo in giro da sola.

Seduta, mi rigiravo la penna tra le mani. Ero lì e ci ero arrivata da sola. Senza appoggi emotivi, senza riferimenti, senza spensieratezza e con quella porta sempre lì aperta, ma decisamente meno spaventosa. Mi sono sentita indistruttibile. Ho capito cosa si prova a restar fermi sempre nello stesso posto lasciandosi bloccare dalle paure e dall’incertezza. Può darsi che loro il mondo da sotto i piedi me lo tireranno ancora, senza che io possa impedirlo. Adesso però so quanto può essere inebriante riuscire a rialzarsi e questo fa la differenza, eccome.

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*…”Per Esempio Non E’ Vero Che Poi Mi Dilungo Spesso Su Un Solo Argomento”…*

Lo vidi salire sulla metro circondato da alcune persone, in maggioranza ragazze poco più piccole di me. Alto, magro, sui sessanta un po’ trasandato ma con l’aria spigliata e gli occhi vivaci, occhiali e berretto verde militare, intento a parlare, raccontare qualcosa che non riuscivo a sentire bene perchè ero un po’ più lontana. Mi avvicinai insieme ad altre persone, che di mattina presto un po’ per il sonno un po’ per tristezze varie che di solito ti accompagnano a quell’ora fino al primo sorriso della giornata, avevamo dei musi lunghissimi e quella persona così sveglia e vivace ci attirava molto. Capii presto il perchè. Era un vulcano di idee. Parlava di qualunque cosa gli venisse in mente, prendendo spunto guardandosi intorno, guardando quel piccolo gruppo che si era formato intorno a lui e alternandosi in abili complimenti alle ragazze che sorridevano illuminandosi visto che certe cose ormai nessuno le dice più, o almeno non più sinceramente. Sembrava che in quel momento stesse su un altro pianeta. Era spiazzante il modo in cui riusciva a catturare menti assopite e consumate sempre dagli stessi inutili e dannosi giri di pensieri. La sua era viva. Quando arrivai stava rassicurando tutti che non era stato pagato dal comune della città per intrattenere i viaggiatori stufi dei soliti ritardi, quel giorno particolarmente pesanti, ma che gli faceva solo piacere condividere e trasmettere ciò che gli passava per la testa. Poi iniziò a parlare della Grande Bellezza collegandosi alla bruttezza del dipinto del Cristo Morto passando per Dostoevskij che non ho afferrato cosa c’entrasse, si soffermò su quanto fossero belle le donne quando sorridono, sorriso generale, e sul fatto che le persone delle loro vite si fossero innamorate di loro quando per la prima volta le hanno viste con gli occhi tutti attaccati dal sonno, appena sveglie, e non grazie al trucco che sfoggiano ogni giorno. Continuò ancora un po’ nel suo monologo finchè non disse una cosa alla quale continuo a pensare non tanto per il concetto in sè, ma per l’effetto che fece su di me in quel momento.

Più o meno con queste parole disse: Ma io vi vedo preoccupati, avete delle facce così tristi… Ma è perchè siamo in ritardo? State pensando che arrivate tutti tardi, che il capo si arrabbia, che vorreste essere già arrivati. E invece secondo me è perfettamente normale. Non c’è alcun bisogno di preoccuparsi. Non mi credete ma è così.  Arriveremo esattamente quando dovremmo arrivare. 

A quelle parole io sbarrai gli occhi. Mi scosse. Tutti sorrisero scettici scambiandosi occhiate. Io continuai a guardarlo non sicura che stesse dicendo sul serio. Era una stupidaggine in fondo. Eravamo in ritardo, io sarei arrivata tardi alla lezione, qualcuno tardi ad un esame, ad un appuntamento, a lavoro… Come poteva essere così tranquillo lui? Continuai a guardarlo incredula, mentre sorrideva sereno, come se fosse a conoscenza di qualcosa che nessuno intorno a lui poteva immaginare, qualcosa che lo faceva star bene e in pace con il mondo. Poi ho smesso di rifletterci, lui è sceso dalla metro nel mezzo di un altro aneddoto promettendo al suo piccolo pubblico che avrebbe finito di raccontarlo l’indomani.

Dopo questo episodio mi venne in mente una risposta di Richard Bach ad un mio commento sul suo sito, prima dell’incidente, sito che ora ha riaperto e ne sono felicissima. Il post parlava di quando insieme al suo biplano Puff si trovò ad affrontare per la prima volta una tempesta, di quanto in loro ci fosse sia spavento, sia coraggio nei confronti di ciò che non potevano cambiare. Le nuvole all’orizzonte erano nere e cariche di pioggia e si stavano avvicinando sempre più. Io chiesi se la consapevolezza degli ostacoli che ci si pongono di fronte, dei problemi, di ciò che accade e che non possiamo governare, fosse il segreto per vincere e per uscirne fuori. Lui rispose che quanto più siamo lenti nel capire e intuire ciò che sta accadendo, quanto meno siamo consapevoli delle prove che ci troviamo ad affrontare, più sembra che sia la vita a pescare ostacoli e test generici dalla sua ‘scatola delle infinite possibilità’. E disse poi, non otterremmo più punti se definissimo noi stessi il campo da gioco invece?

Ci ho sempre pensato tanto a queste parole e ogni volta che nel capirle davvero mi sono sentita forte mi sono resa conto di quanto non sia così, o almeno, di quanto sia estremamente difficile che sia così. Perchè è all’improvviso che ti casca il terreno da sotto ai piedi, è in pochi istanti che le situazioni possono cambiare in peggio irrimediabilmente, è da un giorno all’altro che le persone vanno via dalle vite di altre, così velocemente da creare vuoti che distruggono ogni vecchio e nuovo sorriso. Com’è possibile allora che ci sia un modo per essere così saggi e forti da non lasciarsi colpire da ciò che cambia e non possiamo fermare? Come si può essere tanto consapevoli di sé da vivere senza ansia e paura ogni difficoltà? E’ come se davanti ad ognuno di esse ci presentassimo con l’aria corrucciata, l’espressione più feroce che possiamo disegnarci in viso per poi farle un occhiolino di nascosto in segno di intesa, nel momento in cui tutti si distraggono a guardare altre cose.

Come per dire ti ho cercata fin dall’inizio per affrontarti. Come un San Giorgio che non vede l’ora di guardare negli occhi il proprio drago. Coraggio nei confronti di ciò che non si può cambiare.

Eh si, in fondo ero in ritardo, ritardissimo. Ma all’improvviso non me ne importò più nulla. Non affrettai il passo scendendo dalla metro, camminai con la mia solita andatura. Quelle parole, pur non capite fino in fondo, mi avevano anestetizzata. Mi lasciai riscaldare dal sole, dopo il buio delle stazioni. Sorrisi alla solita piazza piena di gente e di auto che ogni giorno come faccio anch’io, corrono da un posto all’altro rispettando orari, sequenze di cose da fare, liste della spesa, il succedersi di giorni e stagioni. Avevo la sensazione che importasse altro, non sapevo e ancora adesso non so cosa. So solo che arrivai in aula, il prof aveva già iniziato, tolsi la giacca e trovai un ultimo posto in fondo e sedetti. Sorrisi al pensiero che ero lì proprio nel momento in cui dovevo arrivarci, non un momento prima, non un momento dopo.

*… CronacaDiUnBroncio …*

E d’accordo, immagino che non sia poi così tremendo. Dopo aver scoperto che l’influenza s’è portata via otto giorni che potevano esser sicuramente spesi meglio, due chili e un altro tono di colore dal viso, che in realtà il professore non aveva intenzione di tenermi in ostaggio al dipartimento ma semplicemente aveva già pranzato, lui, mentre io fino alle quattro non ho desiderato altro che divorare lui, le tavole del progetto, matite e scrivanie e che no, non mi stava prendendo in giro quando finalmente pensavo di poter andare via chiedendomi di calcolare l’area di terra da scavare per realizzare la strada in trincea soltanto per farmi notare che mi ero dimenticata di segnare un paio di misure sulla carta millimetrata. Dopo aver capito che con un po’ di impegno non è poi così vano sperare di riuscire a tornare a casa nonostante la sera prima avessi appreso dal tg che su 130 soltanto 20 sono i treni ancora in grado di portartici, tenuto conto che con te ogni giorno ci sperano altri 99.999 pendolari nell’arco di un’intera giornata.
Non è poi così tremendo scoprire, una volta arrivata a casa, che la canzone che avevo beccato alla radio, al mattino e continuato a canticchiare fino a sera, fosse poi dei Tiromancino. Che adesso pubblico un po’ in barba al titolo del mio blog, perchè ho un conto in sospeso con quel gruppo da quando anni fa imparai a memoria senza volerlo il ritornello di Per me è importante che non mi piaceva e non mi piacevano nemmeno loro. Un po’ come accade con la Pausini, di cui impari a memoria i testi senza mai averla ascoltata intenzionalmente. Per me è un complotto.
Nemmeno il video è male però.

*… Proprio Lì, Tra Un Sogno E L’Altro …*

E chi l’avrebbe mai detto che poi congedarsi da un sogno che ormai sta diventando realtà non è proprio semplice come schioccare le dita. Questa cosa mi ha sorpresa abbastanza. Non me l’aspettavo. Come vedere in un sorriso quella forza ed ingenuità ed euforia che anni prima erano già lì e non aspettavano altro che essere ritrovate ed accolte come vecchie amiche. O come l’affetto ricevuto da chi non avrei mai detto che si è aggiunto all’amore e alla forza di chi non è potuto esserci (e qualcuno sta pure contrattando su un replay della presentazione, ma resisto eroicamente).

Come si chiama quello spazio elegante, delicato e magico che si trova proprio lì, da qualche parte, tra un sogno e l’altro?

Me lo chiedevo questa mattina mentre mi svegliavo. E chissà quanto tempo passa di solito prima di proiettarsi in un sogno nuovo e quanto veloce vanno le idee da quelle parti e che forma hanno. E chissà quante volte ci sarà da cambiar domanda perché magari il problema è lei e non la risposta.

La questione è che nei sogni non si sta mai fermi. E d’accordo, c’è il giorno che non hai la maledetta voglia di far niente. E quello in cui non ti riesce niente, nemmeno una frase di senso compiuto. E quel giorno ti appoggi alla ringhiera del balcone e guardi altra vita, che va ad altri ritmi, magari anche più lenti, come quello di una foglia che ti accorgi stava ingiallendo solo quando la trovi a terra caduta. E quella terribile sensazione di esserti persa qualcosa. Ma nemmeno in quel momento sei ferma. Rallenti, rasenti lo stallo come un gabbiano che prova a volare lentamente o un aereo che mentre passi con l’auto in tangenziale sembra sospeso nell’aria proprio sopra la tua testa e sai benissimo che non è possibile  e che si sta solo muovendo pianissimo. E capisci allora che la velocità la decidi tu. Corri per non perdere un treno oppure con la mente, per non perderti un’idea. E da quanto vai veloce determini anche cos’è che può fermarti. Ops, rallentarti. Se diventi brava salti perfino l’ostacolo in corsa, ma capita anche che lo prendi alla grande. Tanto sei in un sogno e non puoi fermarti. Pensi sempre a cosa fare dopo.

Poi, ti trovi in quello spaziò lì ed è una sensazione così diversa e bella. Mille cose che ti frullano per la testa. Mentre sei ferma in un punto che non sai dove sia e ti guardi indietro. E sbirci in avanti.

Giusto per prendere ispirazione. Giusto il tempo di tracciare una rotta nuova…

((:

*… Brave …*

Diciamo che ad un traguardo importante uno vorrebbe anche arrivarci, se non con tutti i pezzi al loro posto, almeno viva. 

Perchè certe volte sembra tutto così complicato e avvolto dalla nebbia ed altre invece l’euforia ti fa stare in piedi fino alle due del mattino.

E magari avresti preferito avere più tempo o più indicazioni su ciò che c’era da fare. Da nessuna parte però c’è scritto qual è il tempo più o meno giusto per portare a termine le cose.

Allora bisogna mettercela tutta e bisogna buttarsi. Quando poi sai benissimo che non c’è davvero un “buttarsi” quanto un “crederci”, c’è un sorriso, la testa alta e tutto ciò che in qualche modo in quella testa è entrato, mentre ricordi e riflessioni e considerazioni profonde abbastanza da perdersi con gli occhi fissi su un punto del muro che in tanti devono essersi chiesti cosa avesse di così tanto interessante spingevano maledettamente per avere il loro spazio.

Ed è una questione di esperienza e di fiducia, anche.

Di musica, ogni tanto.

Di parole … in ogni caso.

✿.。.:* *.:。✿

Ma io mi chiedo cosa accadrebbe

Se tu dicessi ciò che vuoi dire

E lasciassi cadere le parole

Onestamente, io voglio vederti essere coraggioso!

Con ciò che vuoi dire

E lascia cadere le parole

Io voglio solo vederti essere coraggioso…

Tutti sono stati lì

Tutti sono stati fissati fino ad abbassare lo sguardo dal nemico

Caduti per la paura e fatta qualche scomparsa

Inchinati al potente

Non correre, smettila di trattenere la tua lingua

Forse c’ una strada fuori dalla gabbia dove vivi

Forse uno di questi giorni potrai lasciar entrare la luce

Mostrami quant’è grande il tuo coraggio

Dì ciò che vuoi dire

E lascia cadere le parole

Onestamente, io voglio vederti essere coraggioso!

*… Il Gioco Dei Perchè …*

Da piccola adoravo tormentare chiunque mi capitasse a tiro, abbastanza paziente, con il gioco dei perchè. Non so se esiste davvero e se lo conosce qualcun altro, oltre mio fratello e me. Consisteva nel fare all’altra persona una domanda, una qualsiasi, anche stupida, a patto che iniziasse con perchè. Ricevuta la risposta, si partiva con un’altra domanda inerente ad essa e sempre iniziando con perchè. E si andava avanti all’infinito, finchè l’altro non avesse perso la pazienza o si finisse su questioni del tipo chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo o al contrario su risposte totalmente inventate e surreali, ridendo come matti. E poi si ricominciava, sempre che non fosse giunto prima un inizio di mal di testa. La durata del gioco dipendeva dall’impegno che l’altro ci metteva a dare le risposte, perchè il domandare era solo un continuo mettere in discussione ogni sua affermazione.

Non so se fosse più divertente vedere gli adulti arrabattarsi nel tentativo di dire cose che fossero il più intelligente possibile o il ricevere risposte a domande che, quando hai meno di 10 anni, per te rappresentano il mondo intero.

Più si va avanti, però, meno persone trovi disposte a giocare con te. Perchè non sono concesse le domande stupide o perchè la pazienza di rispondere si è esaurita già da un pezzo. O forse perchè non vogliono e basta, secondo modi di pensare del tutto personali. Che però a te tolgono qualcosa. Ti spengono. Come accadde con il mio prof di matematica durante l’ultima interrogazione prima dell’esame di Stato. Mi mise davanti una funzione difficile di cui fare uno studio. Non ne avevo mai vista una del genere, ma lo portai a termine e mi chiese di disegnarne il grafico. A quel punto, però, esaurite energie mentali e capacità di improvvisazione, non sapevo che fare, non avendo idea di come si rappresentasse una funzione che vedevo in quella sede per la prima volta. Lui mi guardò, pieno di ammirazione e mi disse che ero stata brava, davvero, e che lui non aveva bisogno d’altro. Andava benissimo così e prese il foglio da sotto al mio naso. Mi mise un voto decisamente alto e mi congedò. Io non mi mossi. Volevo sapere. E che cazzo. Conclusa l’interrogazione dimmi almeno com’è che si faceva. Si rifiutò, sempre sorridendo come se nulla fosse. Lui era contento di come me l’ero cavata. Io soddisfatta, senza dubbio, però mi sentii come se mi avessero chiuso in una scatola. Questo è quello che ti è dato sapere, non di più, cercati qualcun’altro che te lo spieghi.

In momenti così si innesca uno strano meccanismo, non del tutto volontario. Perdi una risposta, perdi anche la tua prossima giocata. Hai il colpo in canna, ma preferisci non sparare. Conservi il prossimo perchè per un’altra volta.

La volta in cui un nuovo prof, questa volta nella grande e sconosciuta università, nella quale nessuno che conoscevo aveva mai messo piede, la scatola la riapre. E mi sentii come se mi fosse concesso di respirare di nuovo. Era concesso capire e andare oltre i propri limiti. Un massimo assoluto non credo che esista, ma in maniera relativa puoi sempre, sempre spostare i tuoi limiti un po’ più in là. Nessuno, mai, ha il diritto di tracciare una linea a terra e dirti che oltre quella non puoi andare, perchè l’ha deciso lui.

Alcuni perchè, invece, li annoti a fine pagina, vicino ad un’equazione o una parola scritta di fretta di cui non hai capito bene il senso. Li lasci lì ad aspettare, non c’è tempo. Avranno il loro momento di gloria, si, ma non subito. C’è da correre, prendere il treno o il pullman e tornare finalmente a casa. Qualche volta si accumulano, qualcuno va dimenticato o si riorganizzano a formare un perchè più grande. L’avranno fatto per ripicca, pensi. Sono pure permalosi. Mai provare a sottovalutarli. Finiscono a giocare tra loro, mai però a trovare una risposta quando riapri il quaderno, eh.
Qualche volta giochi da sola. Alla Marzullo. Fatti una domanda e datti una risposta, pure. Quando il ‘gioco dei perchè’ in solitaria resta l’unica alternativa e al massimo ci sono Google e Wikipedia che ti fanno compagnia.

Dopo un po’ di tempo si acquisisce una certa esperienza, e si sa anche quando non puoi più portarli con te. -E’ pericoloso- gli sussurri. -Voi restate qui, io vado in avanscoperta. Mi becco qualche mazzata e casomai torno a prendervi. State buoni. Qui serve furbizia, duttilità ed intraprendenza. Non fate quella faccia, per favore. E no, non ci provate nemmeno. Occhiali scuri e cappello funzionano solo nei film. E la borsa è già strapiena, non c’entrate. I tipi come voi lì rischiano solo di farsi ammazzare, ed io insieme a voi. Se mi date retta possiamo farcela-.

Vai, non prima di averti strappato la promessa che non accada più. Lo sanno che senza di loro il mondo si ferma. Niente cambiamenti, niente scoperte. Niente conoscenza. E hanno l’indole ribelle, non si possono tenere a bada molto a lungo. Nel migliore dei casi ce n’è sempre uno che continua a saltellarti intorno e tira i vestiti e ti costringe a seguirlo. Guai a decidere di smettere di giocare.

E a proposito, l’unica risposta non ammessa è non c’è un perchè. Quello in questione s’incazza, e poi son fatti tuoi.

LADY JULIETTE2

*… Evvaiiii !!! …*

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Comunicazione di servizio: pare che Bianca, alias Bloom2489, sia stata presa da travolgente euforia post-ultimo-esame, in seguito a festeggiamenti a base di birra e panuozzo, sul quale si è avventata come se negli ultimi due giorni non avesse toccato cibo. In realtà l’ha fatto, ma con la morta nel cuore, tanto che perfino il salumiere che a pranzo le ha venduto una pizzetta che possedeva i requisiti minimi per potersi definire tale, deve aver pensato che stesse per passare un guaio, dall’espressione che aveva in viso.

Si avvisa che nei prossimi giorni potrebbe lanciarsi in riflessioni pseudo-filosofiche miste a improvvisi scoppi d’ilarità, non prima di aver archiviato i milioni di appunti e il librone che ha occupato i suoi pensieri nelle ultime settimane, rito immancabile che avrà luogo non appena avrà la forza di rialzarsi sul divano sul quale è andata a scaraventarsi appena tornata a casa.

Coglie l’occasione per ringraziare le persone che l’hanno supportata (qualcuno direbbe più sopportata) in momenti di acuta depressione durante i quali con grande savoir faire è stata mandata letteralmente a fanculo, soprattutto in seguito a controproducenti attentati alla propria autostima. Tra i tentativi per porvi rimedio, resta memorabile il giorno in cui la sua compagna di (s)ventura A. è piombata alle 8 del mattino sotto casa con Gold degli Spandau Ballet a tutto volume dallo stereo dell’auto. Ricorda anche di aver sperato che i vicini non iniziassero ad odiarla per questo, ma quando il dirimpettaio domenica mattina è partito con tutto il repertorio di Domenico Modugno, mentre lei tentava di trovare un senso alla propria esistenza e a quella dell’equazione dell’equilibrio variato di Eulero, ha desiderato che l’episodio si ripetesse il prima possibile.

Nei prossimi giorni, prima di iniziare la tesi, conta di riappropriarsi del proprio brio ed entuasiasmo e possibilmente non del chilo perso studiando, per la serie l’università-ti-fa-bella.

E più sorridente, già.

 

* . . . Tra Il Dire (a ruota libera) E Il Fare (esami) C’è Di Mezzo…Il Lungomare! . . .*

In attesa delle nuove puntate delle serie tv che mi piacciono (Castle, Castle!!!) le cose che seguo ultimamente sono davvero poche. Per cominciare i GP di Formula 1, in particolare quelli che la Rai per gentile intercessione divina manda ancora in diretta, perchè tanto oramai quelli in differita li guardo, si, ma sapendo già come è andata, che non è esattamente la stessa cosa. Già perchè l’esperimento cerco-di-star-lontana-da-ogni-tipo-di-media per evitare di sapere il risultato delle gare è miseramente fallito. Per un paio di domeniche ho provato a farlo ma la prima volta mi ha fregata il telegiornale, che innocentemente stavo guardando ignara del fatto che stesse per annunciare il vincitore del primo GP e la seconda volta invece vittima di un post di facebook che fugacemente avevo aperto per altre cose. Ieri mi son fatta coraggio e mi sono affidata direttamente al sito BlogF1 dove scrivono in diretta tutti gli avvenimenti giro per giro. In pratica la gara l’ho letta e non vista, sempre meglio di niente. Che poi pare che ieri la sfortuna abbia invaso i box della Ferrari peggio della peste… Uff.

Un’altra cosa che seguo volentieri è The Voice. Non tanto per il programma in sè, anche se diverso dal solito, e tantomeno mi piacciono i talent e cose così. Mi piace perchè “sembra” che stia portando un po’ di rock in tv, grazie a Piero Pelù. Non sono mai stata una sua fan, anche se lo apprezzo, però adesso mi sta facendo divertire un mondo… Nonostante i tentativi di frenarsi un po’, esplode spesso tutta la sua carica rock e la verve da toscano e poi, cavolo, è sexy, roba che si potrebbe perdere la testa (!) anche se un’amica che concordava con me, l’altro giorno, ha accennato ad espressioni … più spinte, ecco. E non esiste alcun deterrente, quando uno merita, merita e basta.

Inoltre questo programma ha fatto tornare sulle scene anche Riccardo Cocciante, che ogni volta che lo vedo mi ricorda una cosa che accadde all’università. A pensarci ancora rido. Chiacchieravo con una compagna di corsi riguardo alla musica. Ad un certo punto mi chiese cosa ascolto e iniziai dai vari tipi di rock, tra cui i Bon Jovi, Springsteen, Nickelback, Train, Green Day e non sto a dirli tutti che non la finisco più, a qualcosa di pop, jazz, blues, country e musica classica. Un mare di cose in pratica. Lei che mi ascoltava attenta, fece:

“Sai, non so, ma ti facevo una fan di Riccardo Cocciante!”.

….

Il gelo sulle spalle e l’espressione perplessa in viso.

Io ora non so che faccia abbia una fan di Cocciante e per carità non è una cosa offensiva… L’unica cosa che riuscivo a pensare era….. Perchè?? Come aveva fatto ad immaginare me a cantare Margherita sotto alla doccia? Incredibile. Rimasi sconcertata, non per lui, ma per la facilità con cui la gente potrebbe allo stesso modo andare in giro dicendo che hai l’aria da serial killer. Così, giusto per una sensazione. Le risposi che apprezzavo Cocciante per il musical Notre Dame De Paris, musiche da brividi, ma che da qui ad essere una fan ci passava una galassia intera. Ebbi la certezza che non doveva essere una persona particolarmente perspicace.

Aspettando di sapere del giro successivo, sistemavo un po’ le foto scattate sabato sul lungomare, in visita al villaggio dell’America’s Cup. Ci sono stata non tanto per l’evento sportivo in sè che non seguo, ma per godere un po’ della città attraverso i percorsi pedonali (almeno questo, dopo mesi trascorsi a maledire la ZTL che hanno fatto con i piedi), del profumo del mare, delle luci sulla baia, della brezza fresca e dei taralli alle mandorle caldi… Le foto non sono di grande qualità perchè ancora devo capire come convincere la mia digitale a fare foto decenti all’imbrunire, si accettano suggerimenti!!!

 

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Adesso devo pensare a cosa c’è da fare… Il prossimo esame è finalmente l’ultimo, però ho una strana sensazione dentro. Quando le cose non si riescono a spiegare direttamente si prova dicendo esattamente l’opposto: ero molto più tranquilla quando di esami me ne mancavano tipo 18. E’ assurdo e non so spiegarmelo. Ho sentito al tg che Napolitano vuole dare un governo all’Italia entro la settimana. Io entro la settimana dovrei imparare a svolgere tutte le tipologie di verifiche di resistenza e di strutture iperstatiche. Ridendo, mi sono chiesta chi dei due ha più probabilità di successo… (:  E comunque, se non doveste vedermi più sappiate che potrei essere svenuta da qualche parte tra gli appunti e il librone di Scienza delle Costruzioni 2 (perchè a farlo tutto in una sola volta no, non andava bene, aaahh)….!

Buona settimana, bloggers e non! (;