E’ tutto uguale, ma diverso.

 

 

Silenziosa ed elegante la neve si posa ovunque. Sulle cose brutte e su quelle belle.

E’ la prima volta che vedo nevicare così. Sono saltata giù dal letto e per tutta la mattinata non ho fatto che ammirare e fotografare ciò che vedo già praticamente tutti i giorni e che ad un tratto è sembrato così diverso.

Nemmeno immaginate cosa significa per Napoli un inizio di giornata con la neve. Disagi a parte, che ovviamente non mancano essendo quasi completamente sprovvisti di misure adeguate a fronteggiare eventi meteorologici del genere, è praticamente una festa.
Infatti si dice che a Napoli fa caldo anche quando fa freddo.

Perché poi tutto si è sciolto appena il sole si è fatto largo tra le nuvole ormai vuote.

Per qualche ora mi sono incantata, come di fronte ad un trucco di magia.

E cosa importa alla fine?

Che è tutto così semplice. C’è bianco oppure ombra.

Come nel cuore.

E se perfino la natura cambia, si adatta, sorprende e poi torna come prima, perché non possiamo farlo anche noi?

 

“Dovremmo imparare dalla neve a entrare nella vita degli altri con quella grazia e quella capacità di stendere un velo di bellezza sulle cose.”
[Don Cristiano Mauri]

Il Tao Nella Schiuma Del Caffé

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Non sopporto affatto quando mi si dice che non c’è bisogno di aspettare il momento giusto. 

Il momento giusto è l’intervallo di tempo durante il quale si realizzano le circostanze adatte per cimentarsi in una o più attività desiderate da Dio-solo-lo-sa quanti intervalli di tempo prima. Trattasi del momento in cui si hanno a disposizione -tutte insieme- le seguenti cose: voglia, motivazione, risorse e mezzi. Qualche volta anche l’appoggio delle persone per noi più importanti. Quando si presenta, l’attività viene svolta e portata a termine non senza complicazioni ma con ottime probabilità di buona riuscita. Il momento giusto può farti sognare e regalarti le esperienze migliori della tua vita.

Il momento giusto, però, va aspettato. Già. A lui non importano le innovazioni tecnologiche, la possibilità di compiere grandi spostamenti in poco tempo, l’opportunità di essere connessi con i propri cari, amici e con il resto del mondo pure, praticamente sempre e -quasi- in ogni luogo. Nonostante la tecnologia sia una fucina di risorse e occasioni, il momento giusto continua a pretendere che tu aspetti. Quella risorsa o quell’occasione. Se ne fa un baffo del fatto che siano ormai così numerose e a portata di mano.

Tuttavia, noi viviamo in ansia. Più siamo connessi, fisicamente e non, con il mondo, più occasioni abbiamo di relazionarci agli altri, di viaggiare, di realizzare i nostri desideri e più ci sembra di sprecarne in continuazione. Vediamo il tempo come un contenitore da riempire di esperienze, nozioni, aforismi, amicizie, soldi. Siamo perennemente insoddisfatti perché, per forza di cose, quel contenitore non ci sembra mai pieno abbastanza. Nel letto, di sera, aggiorniamo il conto dei minuti persi ad osservare un tramonto o a guardare un punto nel vuoto mentre la mente, frenetica, approfittava di quella specie di ipnosi per riorganizzare gli ultimi pensieri confusi.

Ecco perché si è diffusa la paura di aspettare.

Mentre aspettavi il momento giusto, infatti, qualcuno su Facebook aveva già postato una foto delle proprie vacanze ad Ibiza, vantandosi di una prova costume ampiamente superata. Qualcun’altro si stava sposando. Un altro ancora aveva perso il tuo numero allo stesso modo con cui si perde una moneta da 5 cent mentre si prende la lista della spesa dalla tasca dei jeans. Per alcuni continuerai ad essere importante come quel bicchiere di cristallo regalato dalla nonna, bellissimo e fragile, da mettere in vetrina per evitare possa rompersi.

Cosa aspetti allora? Vai!

Prendi la valigia dall’armadio e riempila di cose che non ti serviranno. Trascinala, con le forze che non hai a causa della stanchezza accumulata verso la porta e poi verso il treno. Scatta fotografie di paesaggi svestiti dei tuoi sorrisi e con il cuore pesante e la mente sovraffollata vai in giro per le strade a cercarti, a capire cosa vuoi davvero, a parte il tornare a casa. Riapri il pc e progetta daccapo un nuovo viaggio. Capisci che alla fine è questo ciò che lo renderà un vero viaggio. Più dell’offerta last minute, più dei likes sui social quel che ti serve è il tempo. Quel tempo che alla fine ti restituirà il senso del tutto.

Esiste un momento giusto anche per deglutire. Quando si mangia troppo in fretta, infatti, il piatto si svuota ma si ha ancora fame. Come se lo stomaco fosse preso alla sprovvista e non riuscisse ad organizzarsi per dare i giusti segnali al cervello affinché ci si possa sentire sazi. Sembra assurdo, ma è il tempo, più del cibo, che conta in realtà. In altri casi, al fine di sentirci soddisfatti e in pace con noi stessi. C’è chi potrebbe obiettare si, ma come si fa a sapere qual è il momento giusto? 

La risposta non la so, però mentre ci pensavo stavo giocherellando con la schiuma del caffè. Muovevo la stecchetta creando forme e sfumature. Insomma, perdevo tempo. Tempo tolto a cose molto più utili eppure ad un certo punto ho sorriso come una scema davanti al mio bicchierino, cosa che non sarebbe accaduta se avessi bevuto il caffé subito e di fretta. Nella schiuma avevo, senza volerlo, disegnato un piccolo tao. Non potrei giurarci, eppure, ho avuto come l’impressione che qualsiasi momento giusto, alla fine, coincide con quello in cui stai iniziando a ridere da sola e nessuno intorno a te può in nessun modo capirne il perché.

 

Passività Strategica

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S. Ziche

Mia cugina cinquenne ha già capito diverse cose della vita molto meglio di me.

In realtà anche a me, alla sua età, sembrava di sapere molto di più su come vanno le cose, come fronteggiare le difficoltà e trovare un senso al frastuono assordante del mondo. Crescendo poi tutte quelle bianche certezze vanno disperse, man mano che gli ostacoli si presentano davanti a noi, feroci e ingombranti. E’ come se ad ognuno di essi dovessimo pagar pegno con una di loro, affinché ci lasci passare in pace verso un ostacolo nuovo e se possibile ancora più esigente. La cosa paradossale è che tutto questo percorso lo facciamo, in fondo, per ritrovare il punto da cui siamo partiti e ci auguriamo di arrivarci con quante più certezze possibili, tra superstiti e nuove di zecca.

L’ultima volta che è venuta da me credo che dal mio sguardo si potessero leggere ancora i resti dell’ultima lunga battaglia, durante la quale avevo cercato di conservare le mie certezze migliori dandone in pasto al nemico qualcuna più debole ma dalla faccia tosta, in modo da poterlo ingannare. I bambini ovviamente, però, non fanno troppo caso al tuo umore, specie quando hanno in testa l’ultimo infallibile piano che hanno elaborato per conquistare il mondo.

O la tua stanza.

Già.

Lei mi adora, ma ancora di più adora la mia stanza, che diventa puntualmente il suo personalissimo Paese delle Meraviglie da esplorare e mettere in disordine. I nostri vent’anni di differenza non fanno assolutamente testo.
Anche se non ci sono giochi, qualsiasi cosa lo diventa all’occorrenza nonostante i miei tentativi di salvare il salvabile, ma soprattutto di mantenere un certo contegno da cugina grande, perché si sa, tutti adorano tornare bambini quando ce n’è l’occasione.

Forse aveva notato che ero poco in vena di giocare o si sentiva particolarmente clemente, non so. Fatto sta che la volta scorsa decise di limitare le sue velleità da piccola conquistatrice alla mia scrivania, prendendo posto alla mia sedia e dedicandosi all’unica attività alla quale mi sentivo in grado di partecipare, ovvero, disegnare.

Mi dai un foglio? 

Non uno qualunque eh. Uno bianco. Grande. Io nel frattempo mi ero sistemata affianco a lei sulla sedia per gli ospiti. Iniziò a prendere tutto ciò che le occorreva dai miei portapenne in maniera ordinata. Una matita, le forbici (con la punta arrotondata, che stanno lì per lei), dei pastelli un po’ provati dal tempo, una penna, un righello, una graffetta (che non si sa mai). Dispose tutto intorno al foglio in maniera tanto precisa che iniziai a guardarla con una certa preoccupazione. Senza curarsi di me cominciò a disegnare con l’aria di chi, di lì a poco, era certa avrebbe fatto impallidire Van Gogh in persona.

Ripeto, non so. Forse è stato tutto un caso. Eppure in quel momento qualche vecchia certezza deve essersi liberata dalla prigionia e aver preso a correre all’impazzata sulla mia scrivania tanto che non potei non notarla e allungare la mano per riprenderla con me. Quando tutto sembra confuso e a pezzi, infatti, si può sempre ricominciare daccapo. Azzerare tutto, smetterla di forzare le cose e lasciare che spontaneamente tutto segua il proprio corso perché alla fine abbiamo tutti, dentro di noi, gli strumenti e le doti che servono per cavarsela in ogni situazione. Nel taoismo viene chiamata passività strategica. 

E così, ripartire dall’essenziale.

Tipo, da un grande foglio bianco.

Deliri Post-Pasquali

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“[…] Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”
[E. Hemingway]

Il fatto che il recarsi in chiesa ogni domenica per essere un buon cristiano fosse un obbligo non mi è mai piaciuto. Ho sempre creduto che servisse qualcosa di più per farlo, come un bisogno, una necessità di qualsiasi tipo. L’idea che ho della religione è abbastanza complicata, ma un po’ si basa su questa idea qui, semplice e logica e negli anni ho cercato di esserle fedele. Le ricorrenze sono alcune di quelle occasioni in cui ci vado, magari per l’atmosfera di festa o anche soltanto per ricordare certi principi che al di là di ogni credo sono sempre validi e coincidenti con quelli delle festività pagane che un tempo erano al posto di quelle religiose che conosciamo di più. La Pasqua, ad esempio, dovrebbe ricordarci che alla fine la luce vince sul buio. Anche questa un’idea semplice, confortante, attorno la quale si possono costruire dei discorsi immensi, usando giri di parole sempre nuovi e diversi.

Questa cosa non valeva per il prete del paese in cui vivevo prima. No. Lui, al momento dell’omelia, ripeteva sempre, ogni benedetto anno, lo stesso discorso. Non credo mancasse di fantasia, anzi, ero arrivata a credere che lo facesse apposta per far si che quei pochi e necessari concetti potessero davvero restare nelle teste distratte di chi, a detta sua, si trovava lì trascinato più dalla coscienza collettiva del paese che dalla propria volontà. Per cui quando la scorsa Pasqua mi sono ritrovata in un’altra chiesa, con un nuovo prete e l’occasione di ascoltare un discorso diverso, sono stata tutta orecchie, in cerca di una sfumatura, un guizzo geniale da portare via con me.

Adesso, ripeto, ci sono tanti modi diversi di spiegare un’idea e altrettanti di recepirla. Quella che non mi aspettavo e su cui spesso sono tornata a riflettere in questi giorni è stata la sensazione di perplessità e disagio che ho provato nonostante il messaggio in generale fosse positivo e rassicurante. In pratica, il cuore del discorso riguardava il dolore fisico e quello dell’anima. Di quanto fossero diversi. Quello fisico ha un limite in quanto il corpo stesso, ad un certo punto sviene, per difendersi. Il dolore dell’anima invece sarebbe infinito, non esiste un limite, un fondo, un meccanismo di sicurezza che interviene al nostro posto per salvarci, no. Ci si deve salvare da soli prendendo coscienza del fatto che essere felici è un diritto. Punto. Tutto qui. Ciò equivale a dire che si possono trascorrere le giornate a pensare che nulla va come dovrebbe o, al contrario, che tutto è esattamente al suo posto o che comunque lo sarà nei tempi e nei modi più giusti. Tutto dipende dal nostro atteggiamento mentale che condiziona tantissimo il modo in cui osserviamo la realtà. Un evento positivo può diventare ai nostri occhi negativo così come può accadere il contrario, per cui se stiamo male, in fondo, è un po’ colpa nostra.

Tutte queste belle cose non sono una novità, spesso se ne perde consapevolezza, ma tutti almeno una volta nella vita ne abbiamo già sentito parlare. Ricordare che la felicità è un diritto lì per lì mi ha fatta sentir meglio. Poi, si sa, quando viene spinta da un impulso diverso la mente parte, va senza freni tra pensieri impervi e disastrati ed è impossibile fermarla. Mi sono sentita in colpa. Terribilmente. Per tutte le volte che non mi sono salvata e ho preferito pensare a me stessa come la persona che non sono e a quel che non stavo facendo, soffrendo inutilmente.

Non so, forse ci sta anche questo. Rientra nella normalità dell’eterno scontro tra bene e male che avviene dentro di noi ogni giorno prima che in qualsiasi altra parte del mondo, nell’ovvietà del fatto che le vittorie vanno all’uno o all’altro alternandosi e che nonostante tutto la vita va presa con le giuste dosi di responsabilità e leggerezza, sempre. Chissà allora se non esiste da qualche parte anche un certo diritto al dolore, perché come mi disse una persona qualche tempo fa, è inutile crucciarsi quando non si è pronti, per una cosa qualsiasi, fosse pure semplicemente la felicità.