Lo scaffale del tonno.

Ne sono fermamente convinta. Le aziende che producono tonno in scatola mi fregano sempre.
Insomma io arrivo lì, allo scaffale del tonno, alla fine di una lotta che è stata già estenuante tra prezzi, offerte speciali, offerte normali, offerte se hai la carta punti, offerte se fai tre salti e una giravolta su un piede solo e devo scegliere quale marca conviene di più. Una roba da pazzi. A partire dalle quantità: vai a capire se il formato 60 grammi per tre conviene di più del 50 grammi per quattro, o se forse il 100 grammi per due al netto dell’olio contiene più prodotto di tutti gli altri messi insieme, sempre che non sia con poco olio, che i conti cambiano. Quello al naturale lo scarto subito perché contiene più sale, quello in vetro sembra così bello che è un peccato lanciarlo tra riso e pomodorini, è più da cena gourmet. E poi c’è il colore delle pinne del tonno, il metodo di pesca, quello inscatolato a bordo, il tonno che non aspetta e quello morbido come un cuscino. Alla fine il tempo stringe, abbandono i calcoli e metto nel carrello quello che a naso mi sta più simpatico.

Ci sono cose per le quali mi perdo in calcoli e teorie pur di ottimizzare, ottenere il meglio possibile con le risorse disponibili, portare a casa la soddisfazione di aver fatto bene, per me. Non sono mai corsa dietro al bene assoluto. Ho sempre pensato che fosse soggettivo. Perfino quando mi sono diplomata con il massimo possibile oppure ho preso trenta ad un esame.
Poi ci sono cose che non ho mai capito.
Non ho mai capito, ad esempio, come si sceglie bene la persona da frequentare. Non ho mai scelto quello che faceva più comodo a me, anzi. I benefici mi sono sempre costati parecchio. Non ho mai saputo dire di cosa avevo bisogno, non ho mai detto io sono qui e se mi vuoi vieni tu. Ho assunto forme diverse per stare bene sullo scaffale di chi mi guardava in quel momento, perché è l’unico modo che ho imparato per ricevere amore e ho sempre pensato che dovessi imparare io dagli altri cosa “è meglio”. Poi arrivo al punto che mi guardo da fuori e non capisco cosa sto facendo. Resto a fissarmi finché le sensazioni non prendono il sopravvento, finché la curiosità non riprende a guidarmi e torno a perdermi tra le strade della mia vita, i profumi, le sensazioni, i paesaggi che osservo come se fossi una turista allegra, ma dentro triste, perché poi all’improvviso il tempo stringe, e devo tornare a casa.

A raccontare dalla pioggia

Qualche notte fa ho sognato che pioveva e io correvo fuori da una casa e allargavo le braccia sotto la pioggia sorridendo, mentre dal balcone mia madre mi intimava di rientrare e le mie zie scuotevano la testa infastidite. Ho sentito proprio l’acqua sulla pelle, l’aria fresca, la sensazione di libertà che mi avvolgeva. Quando mi sono svegliata c’era il solito Sole già bollente di prima mattina, ma quella pioggia notturna mi aveva regalato un altro spirito per affrontarlo.

Mi sono accorta che negli ultimi due anni ho scritto di tante sensazioni, pensieri, ma ho accuratamente evitato di parlare di sentimenti. Ho riletto un po’ gli ultimi post come volessi cercarmi, ma non ho trovato nulla. Eppure per dei mesi ho vissuto qualcosa di molto simile ad una relazione. Però non l’ho mai indagata. Ne ho fatto qualche accenno, ma nulla di più. Forse perché è stata una piccola isola di pace in una tempesta di altre preoccupazioni, ma non mi torna, perché anche la pace si può raccontare, mica sempre e solo il dramma. Forse perché l’ultima volta che ho parlato di amore qualche vigliacco anonimo ha pensato di redarguirmi in privato e inconsciamente mi sono chiusa. Forse perché non sapevo nemmeno bene io cosa fosse e per lo stesso motivo è anche finita.

E’ pericoloso perdersi dei pezzi, perché poi capita che mentre torni a casa a notte fonda un po’ brilla vai troppo indietro con la mente e ripensi ad un altro sogno, nel quale incontravi qualcun altro, lungo una strada buia, mentre usciva da un ristorante dopo una cena, poche parole per chiedersi come stai, assicurarsi delle risposte e svegliarsi. E quel pezzo è l’unico a cui ho dato un nome. E’ come se tutto si fosse bloccato lì. Quello che è venuto dopo l’ho chiamato in tutti i modi possibili tranne che amore.

Allora vorrei capire dove mi trovo. Sono ancora lì, dove sapevo cosa non avevo o sono qui, dove non so cosa ho avuto davvero?

Oggi è venuta giù una pioggia bellissima. Ho lasciato le infradito all’asciutto e sono uscita sulla parte più esposta del balcone a buttarmi sotto le gocce fittissime, sentivo l’acqua fresca ovunque, ho zittito le voci nella testa che mi dicevano di rientrare, sono rimasta lì a ridere incredula e ho deciso di ricominciare a raccontare tutto dalla pioggia.

L’uomo con il melone di pane

Picture by yaoyao

Nina si affretta a raggiungere la cassa del supermercato meno affollata e si mette in fila dietro l’unica signora che ha già sistemato le sue cose sul rullo nero. Dalla sua sinistra vede arrivare con passo lento un signore anziano, pienotto ma dal volto magro, in camicia e pantaloni di un qualche completo che ha riciclato per un uso quotidiano, come se le cerimonie le avesse già presenziate tutte nella vita. Ha l’aria di uno che ha fatto una passeggiata e si è trovato il supermercato di strada. Ha gli occhi piccoli e di un azzurro intenso. Nina si volta verso di lui, vede che ha solo due meloni di pane in una bustina e un’altra cosa che non riesce ad identificare. Se vuole può passare prima di me, gli dice, buttando un occhio al proprio carrello decisamente più pieno. L’uomo resta interdetto, vorrebbe rifiutare, si impettisce. Nina pensa che doveva essere stata una persona che aveva amato tanto il proprio lavoro, qualunque sia stato. Doveva averlo reso orgoglioso, responsabile, puntuale. L’indecisione dura pochi istanti, come se una voce nella sua testa gli avesse detto che non può rifiutare quell’offerta e fa un passo avanti. Guarda Nina che ad all’improvviso vorrebbe poter essere invisibile. La osserva cercando una risposta a chissà quale domanda che conosce lui soltanto. Sembra averla trovata quando mormora tu sei giovane, annuendo. Nina non ci trova il nesso. Ma si figuri, quante volte arrivo io alla cassa senza carrello, mille cose in bilico… In effetti, in quelle occasioni, che bello se qualcuno capisce la fretta, il dolore alle braccia, il timore di far cadere qualcosa e le cede il posto in fila! L’uomo però ripete, tu sei giovane, e stavolta aggiunge le parole che stava cercando prima. Che Dio ti benedica. Nina arrossisce e prova a mormorare un grazie. In realtà non ha mai saputo cosa si risponde in questi casi. Grazie? Grazie anche a lei? Nina si scervella mentre l’uomo fissa un punto nel vuoto come se volesse continuare il discorso, tu… Voi, avete bisogno di… E fa altri passi verso la cassa ormai libera. Nina lo osserva pagare mentre poggia le proprie cose sulla cassa. Abbiamo bisogno di? Chissà. Mentre guida verso casa continua a pensarci. Immagina l’uomo che finito il pranzo della domenica, di maccheroni al ragù che sua moglie doveva aver messo a fare già da tre ore almeno, toglie la buccia alle fette del suo melone di pane, con calma e perizia, mentre dalla finestra della cucina entra un po’ di fresco. Nina in genere dimentica pure di averla comprata la frutta e la sbuccia in fretta durante una pausa dal lavoro per mangiarla prima che vada a male.
Nina ripensa a quella benedizione, lei è sempre stata più spirituale che religiosa, troppo complicate le dottrine, le cerimonie, le preghiere, le regole. Non le aveva mai capite. Eppure si rende conto di quanto è bella quella frase. Per un momento è come se l’Universo intero potesse abbracciarla e lei ne approfitta, si lascia avvolgere e allo stesso tempo le sembra di riemergere, di poter mettere la testa fuori e respirare, sentirsi al posto giusto e non persa in quella vastità estranea. Non ha idea di cosa volesse aggiungere l’uomo, ma forse era proprio di quell’abbraccio che aveva bisogno.

Ad osservare le formiche.

picture by Yaoyao

Osservo la formica che zampetta concentrata sul pavimento del bagno dell’ufficio. Una distesa grigia interrotta poche volte dalle fughe sottilissime dei tasselli che lo compongono. Cerco d’istinto di immaginare il pavimento dal suo punto di vista. Una distesa interminabile, monotona, vuota, un orizzonte sempre uguale per centimetri e centimetri che però a lei devono sembrare chilometri.

Una delle cose che mi spaventa di più al mondo è l’avere una prospettiva soltanto su qualsiasi cosa. Mi terrorizza l’idea che possa aver conosciuto un solo punto di fuga e che lì muoiano, o nascano, tutte le linee che compongono la mia realtà. Certo, ogni tanto mi manca un punto fisso, il famoso centro di gravità permanente, ma poi mi dico sarebbe molto più pericoloso averne uno e affezionarsi troppo. E’ vero pure che senza un punto fisso la realtà rischia di diventare un ingarbuglio di linee simile a quelle autostrade americane che si snodano a più livelli attraverso viadotti di altezze diverse. Queste linee ovviamente non possono coesistere tutte, però ecco, ogni tanto sbirciare in un altro punto di vista, imparare un altro modo di fare qualcosa, può avere il potere addirittura di espandere la realtà.

La formica intanto l’ho persa. Il suo mondo gigante a me sembra piccolo eppure non lo conosco affatto. Quando torno alla mia postazione il mondo che mi sembrava piccolo è tornato ad essere gigante e in quella prospettiva ho l’impressione che ogni pezzo stia tornando al suo posto comodo e spazioso, scollandosi dalla mia ansia.

Poi penso a quante cose sappiamo fare invece in un modo soltanto. Il caffé. Immaginare il futuro. Amare. Perché in qualche modo te l’hanno insegnato quando ricevevi attenzioni solo quando rendevi felice qualcuno, l’hai appreso a scuola quando i prof ti mettevano puntualmente vicino il compagno di classe più disastrato come se avessi il potere di calmare e trasformare chiunque, e magari è anche sbagliato, ma conosci soltanto quello. Sarebbe un disastro prendere decisioni sulla base di quel solo punto di vista! Io voglio impararne altri, dovessi metterci anche tutta la vita. Sarebbe molto più sprecato un tempo infelice che uno trascorso ad osservare le formiche.

Buone ragioni.

Crisis gives India the chance to clean up its shadow banking sector |  Financial Times

G. passa le mani tra i capelli corti castani con disperazione. Dietro di lui le auto ferme oltre il marciapiede ripartono agli ordini del semaforo. Non c’è nulla peggio di un flusso di cose, persone, che scorre come se nulla fosse mentre sei incagliato in una decisione difficile. I colleghi intorno a lui sorridono e scuotono la testa. Sei fregato G. gli ripetono. Lui rilancia. Siete sicuri? Questa cosa del galateo… Dice tre mensilità? M. annuisce, Si, ho sentito così. Almeno tre. G. prende il cellulare e mostra a tutti immagini di anelli con brillanti su tutta la circonferenza. Ha detto che lo vuole così. Gli altri ridono e rilanciano, gli dicono che non è fregato, ma di più. Pare che lei abbia dato suggerimenti molto precisi anche sul modello. Non ha scelta. Io sorrido guardando tutti. C’è F. che è sposato da qualche anno, lui se la ride sotto ai baffi. Racconta che lui per l’anello di fidanzamento non ha speso più di trecento euro. E questo è niente G. E’ solo l’inizio. La tua vita è finita, lo sai?
G. sta sudando. R. è al telefono con la sua ragazza per un resoconto dettagliato della sua giornata fino al caffé dopo pranzo, lì fuori al bar. M. ride ma ha lo sguardo basso, F. se ne accorge e lo pungola. E tu quando ti decidi? M. alza le mani, scuote la testa, non è assolutamente in programma alcuna proposta di alcunché.
Poi ad un tratto tutti mi guardano e mi rendo conto di essere l’unica donna del gruppetto. F. è il più rapido a chiedermi cosa ne penso. A braccia conserte alzo le spalle e dico che secondo me ci sono modi migliori di spendere tremila euro. Ricevo plausi e sguardi di approvazione. Ma si ragazzi, che so, un viaggio, una cosa così. G. mi guarda con la coda dell’occhio. Cerco di aggirare la questione ma non credo di riuscirci. A lei piacciono i gioielli in genere, ne capisce? Immagino, ti ha fatto una richiesta così specifica…
G. risponde che no, non è così. Lei è solo tradizionalista. Quella parola piomba come un macigno sui sorrisi e noto tutta la disapprovazione con cui lui stesso lo afferma. Tradizione significa che se lui spende moltissimi soldi allora dimostra di tenerci davvero. Come se facesse un investimento che in qualche modo garantirebbe a lei la sua fedeltà. Io non riesco ad aggiungere nulla. Vorrei tanto chiedergli perché vuole sposarla. Perché vuole una donna che si fiderà di lui soltanto dopo aver visto brillare le sue promesse intorno al dito, pur sapendo che non può permetterselo o forse proprio sapendo che per lui sarà un bel sacrificio spendere tanti soldi. F. chiede se la porterà fuori un weekend per farle la proposta. G. sbarra gli occhi tu sei pazzo, una cena andrà più che bene. Mi inserisco di nuovo nel discorso, proponendo che potrebbe risparmiare sull’anello ma organizzare una proposta fuori porta e far rientrare tutto nel budget. G. scuote la testa. Il dove non è una buona ragione per investire di meno nel gioiello. Mi sbilancio e dico che secondo me non esistono buone ragioni nemmeno per sposarsi, ecco. Quelli sposati annuiscono e io rabbrividisco. Avrei preferito mi contrastassero in qualche modo esponendo motivazioni a favore delle loro scelte. Invece no. Le ombre apparse sui visi di tutti mi spaventano. Il gruppetto si scioglie pian piano sulla strada per tornare in ufficio e ripenso alle parole di Galimberti in cui mi sono imbattuta qualche tempo fa. Diceva una cosa dissacrante e intelligente riguardo al fatto che non dovrebbero rendere semplice divorziare, ma fare in modo che sposarsi sia estremamente difficile. A livello economico sarebbe un danno, ne soffrirebbero interi settori che si occupano di tutto ciò che occorre a celebrare un matrimonio. E anche a scioglierli. Non riuscirei nemmeno a pensare a dei criteri oggettivi per “ammettere” una coppia al matrimonio oppure no. Eppure quante persone lo fanno per il motivo sbagliato? Quanti si condannano ad essere infelici, a vivere una vita diversa da quella che desiderano davvero? Mi sfiora l’idea che in qualche modo alcuni non saprebbero sentirsi soddisfatti nemmeno a star da soli, vivendo passivamente quelle che sembrano tappe obbligate della vita e senza mai essersi posti una vera domanda riguardo i propri desideri. Il sole dei primi giorni di Ottobre è ancora abbastanza caldo a quest’ora negli spazi aperti tra un grattacielo e l’altro. G. parla più fitto con M. che aveva tirato fuori la storia del galateo. Io rifletto tra me e me, forse le buone ragioni si riducono a quelle legali di tutela e assistenza. Quelle che hanno portato all’istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Mi osservo con la coda dell’occhio in una porta a specchio e mi metto a fantasticare su cosa ci farei io con tre mensilità come regalo.

Dall’altro lato

Il mio pop-it

Poggio sulla cassa del negozio cinese i miei acquisti e sul plexiglass al centro tra me e la cassiera noto un foglio, c’è scritto che con qualsiasi acquisto, aggiungendo un euro, è possibile comprare un pop-it.
Penso e ripenso, pop-it. Non mi dice nulla.
Chiedo. La cassiera mi dice che sono quei cosi che vanno tanto di moda tra i bambini, che si schiacciano con le dita, sono antistress. Mi mostra lo scaffale dove sono esposti. Hanno varie forme e l’interno della sagoma è fatto di semi-sfere morbide che si possono premere in modo che si rivoltino dall’altro lato. Una volta premute tutte si ricomincia girando la sagoma. Ne scelgo uno con delle orecchie, non ho capito se è un gatto o un unicorno. Lo aggiungo al conto e lo porto a casa. Mi siedo sul divano e lo esamino. La mia gattina annusa, decide che non le piace e se ne va. Mi accorgo che effettivamente le sfere fanno pop quando le premo. Le schiaccio tutte velocemente. Poi lentamente. Le premo in ordine, a caso, per colore. Ammetto che fanno smettere di pensare, ma la soddisfazione, oltre al suono che attrae le orecchie, è poter ricominciare a schiacciarle tutte daccapo in fretta. Cerco su Google qualche notizia in merito. Sembra siano stati inventati per migliorare la psicomotricità nei bambini, aiutare nei deficit di attenzione e poi sono diventati un giochino antistress.

Un pop alla volta resta alla vista il paesaggio desolato del lato concavo delle semisfere. Per qualche istante mi perdo ad immaginare che ognuna di esse sia qualcuno che non è più dal mio lato. Pop. Pop. Andato, lui. Lei. Andati, loro. Avevo letto una cosa interessante che riguardava la famosa domanda che in genere ci si fa, perché tutti se ne vanno? Ecco. Sembra che il punto non sia questo, non sia il perché le persone decidano o finiscano inesorabilmente fuori dalle nostre vite, quanto il fatto che in qualche modo, inconsciamente, dietro quella domanda, si nasconde il pensiero che lì dove vanno, lontano da noi, sia tutto fantastico. La loro vita ci appare perfetta, mentre la nostra privata ancora una volta di qualcuno che ci faceva stare bene. La nostra realtà finisce per somigliare ad un campo di terra dalla quale sembra siano stati estirpati alberi e arbusti lasciando buche qua e là. La realtà degli altri ci appare invece come un giardino bellissimo pieno di specie di piante rare. Insomma, immaginiamo che l’altro lato sia molto migliore del nostro, con tanto di giustificazioni plausibili che nella nostra testa hanno messo radici da secoli, da quando qualcuno pensando di far bene ci ha insegnato che se fossimo stati abbastanza bravi allora avremo ricevuto amore, affetto e attenzioni.

Perciò quell’allontanamento sarebbe colpa nostra. Mi accorgo che mi sto accanendo sulle semisfere di silicone colorate. Le premo a due, tre alla volta, a due mani, rivolto la sagoma, ricomincio. Giro di fretta dall’altro lato quasi a voler sorprenderlo mentre lì accade qualcosa di bellissimo e invece l’altro lato non è mai quello che penso. Non è la vita stupenda di qualcun altro. E’ mio. Un altro lato mio, di nuovo pieno, da usare, toccare, vivere. Quel che è andato via è il suono, disperso nell’aria, durato frammenti di secondi, il pop.

Non ricordo.

Britt315 • Posts Tagged 'art' | Tag art, Sleeping drawing, Art

Ieri mattina mi sono guardata allo specchio appena alzata e la prima cosa che ho notato è che mi mancavano gli orecchini al lobo sinistro. A destra c’erano entrambi. Mah. Strano che prima di dormire li abbia tolti solo da un lato. Mi attraversa un vago ricordo insieme ad una considerazione oggettiva, mi piace addormentarmi sul fianco sinistro e molto probabilmente premendo l’orecchio sul cuscino le estremità fini mi stavano facendo male. Eppure per pigrizia molte volte ignoro il dolore, sposto un po’ la testa e il giorno dopo gli orecchini sono ancora lì, insieme ad un segno doloroso dietro l’orecchio. Il problema, mi accorgo, è che non ricordo assolutamente nulla a parte quella sensazione di fastidio. Non ricordo di averli tolti, ma ancora peggio, non ho idea di dove siano. Il caso vuole che siano anche i miei orecchini preferiti e tremo all’idea di averli persi. Già uno è stato inghiottito dal nulla qualche tempo fa. Mi precipito in camera mia a cercare tra le lenzuola, i cuscini, nulla. Guardo nello scatolino sul comodino, dove li avrei messi se coscientemente li avessi tolti durante la notte e come ho fatto altre volte. Pochi secondi e li vedo. Sono lì. Resto a bocca aperta. Insomma, non ricordo affatto di averli tolti, rimesso ad entrambi il chiodino e di averli riposti al sicuro.
Non mi era mai capitato di fare qualcosa di notte e non ricordarlo per niente. Conosco il fenomeno, ho dormito con amiche che parlavano nel sonno e il giorno dopo non sapevano di averlo fatto. Una di loro una volta inviò un messaggio al suo ex e se ne accorse soltanto al mattino.
C’è una canzone latina che mi diverte molto, per la verità si riferisce ad un tradimento in discoteca, lui la accusa di esser stata con un altro e lei dice di non ricordare nulla perché probabilmente ubriaca e quindi ripete, tradotto, non ricordo, non ricordo, e se non ricordo allora non è successo. Ammesso che come difesa è un po’ debole, anche se credibile nella sua assurdità, è vero che la sensazione è quella. Ciò che non ricordiamo può non essere successo, specie se è vero che i nostri sensi sono il mezzo attraverso cui esiste la realtà eppure, se ne possiamo osservare gli effetti, allora diventa molto difficile affermarlo. Insomma, è successo e quel che ci resta è solo la sensazione di esserci persi un pezzo. Per quanto ci pensi non si tratta di un qualche disturbo del sonno, di un fenomeno magari comune come quello di parlare o fare cose senza senso. Io mi sono proprio liberata di un fastidio che probabilmente da sveglia avrei preferito sopportare. Mi viene da sorridere, questo forse dovrebbe farmi riflettere su un po’ di cose.

Candele e mongolfiere.

Il fatto è che sono un segno di aria, una Bilancia. Il segno della diplomazia, dell’armonia, che ricerca giustizia e bellezza nel mondo. Come se non bastasse, sono ascendente Leone, un segno di fuoco, che si contraddistingue per il coraggio, la sicurezza e una vanità infinita. Quindi se la giornata è buona il fuoco riscalda l’aria e come una mongolfiera elegante e imponente riesco a volare verso orizzonti infiniti, se va male mi capita qualcosa come vedere la fiamma di una candela platealmente spenta dall’aria che si fa agitata e resto al buio, a cercare a tentoni una torcia nell’anima.

Il secondo piano della Asl era completamente vuoto, ma sentivo dei rumori. Il dottor P sta al secondo piano, vada a vedere, mi aveva detto la guardia giurata sulle scale in assetto da combattimento, camicia fuori dai pantaloni, sudore percettibile, mani in avanti pronte a respingere gli attacchi di anziani esasperati. A vedere cosa, mi dico. Qui non c’è nessuno. Decido di seguire i rumori. Nell’ultima stanza trovo un uomo intento a fare pulizie. In genere mi spaventa rivolgere la parola a chiunque lì dentro: l’Asl della mia cittadina è come una sorta di castello stregato avvolto in una nebbia di rabbia, arroganza e strafottenza e tutti ne sembrano soggiogati e alla fine riescono ad intossicare anche te. Ehm buonasera, sto cercando il dottor P, sa se è arrivato? domando con voce sorridente che non so da dove mi esce dal momento che sono ansiosissima. L’uomo si gira verso di me. Spalle curve, pelato, occhi azzurri di cui uno soltanto sembra puntare nella mia direzione. Questo qui mi manda a quel paese, ho pensato. Stava per concludersi il conto alla rovescia nella mia testa quando posa il detergente spray nel carrellino, mi si avvicina e a mezza voce mi dice no, non ancora. Ma ho appena fatto la sua stanza con il tono di chi invece pensa di aver pronunciato qualcosa del tipo da un grande potere deriva una grande responsabilità. Mi dice di seguirlo. Gli sorrido da sotto alla mascherina riconoscente e pronunciando un grazie più allegro di quanto io lo sia in realtà.

Carte, burocrazie, mi mettono ansia. Non c’è nulla di preciso, controllabile, affidabile. Entra nella stanza del dottor P, ancora vuota. Nota che aveva dimenticato qualcosa e mormora che ha fatto bene a tornare. Mi mostra le sedie fuori in corridoio, dice che la gente in genere aspetta lì. Decido di restare in piedi, ho il terrore mi si attacchi addosso quella nebbia mangia emozioni. Dal foglio affisso fuori alla porta con gli orari per il disbrigo delle pratiche noto che sono cinque minuti in anticipo. Lo smartwatch ci tiene a confermarmi che sono agitata con una specie di misuratore di stress. Mi guardo i piedi nei sandali poco alti di cuoio marrone chiaro. Devo somigliare ad una tedesca in vacanza, con i pantaloni grigio chiaro alla caviglia, la camicetta color verde acqua, zainetto e occhiali da sole pure loro vintage come le scarpe. L’uomo esce dalla stanza e fa per allontanarsi quando arriva quello che sembra il dottore. Un tipo alto, capelli bianchi, rasato. L’uomo me lo indica, eccolo è lui e lo segue nella sua stanza a parlare di non so che. Nel frattempo arriva una donna, alta, abbronzata, capelli corti, chiede all’uomo se è possibile aprire i bagni, sembra una dottoressa anche lei. Mi passa davanti senza nemmeno guardarmi. L’uomo si mette a disposizione, prende le chiavi e la fa entrare, poi si gira verso di me e abbassandosi la mascherina mi fa una smorfia che vuol dire è una pesantona, mammamia. Io stavolta ridacchio davvero, non stento a crederlo dai modi e quando mi passa davanti per andare via lo ringrazio e credo non solo per le indicazioni.

Osservo il dottore che si mette il camice e con una lentezza infinita sistema le sue cose per prepararsi a ricevere i pazienti. Cioè me, perché non c’è nessun altro. Nell’attesa mi guardo intorno. Mi rendo conto che la battaglia tra la candela e la mongolfiera sta andando a favore della seconda. Raddrizzo la schiena, sistemo gli occhiali sulla testa. Scrollo un po’ di ansia dalle spalle. Temo un no signorina, non è possibile, non posso aiutarla. Eppure sento un vento che si alza e inizia a farmi staccare un po’ da terra. Fingo per un attimo che in quel camice ci siano altri volti più gentili e sorrido. Immagino i muri tetri che in un racconto potrebbero fare da metafora a qualche stato d’animo e diventare del tutto innocui. Il dottore mi fa cenno di entrare.
Quando vado via scendo le scale veloce, contenta di aver fatto in fretta e con la speranza di non aver perso solo tempo. Sento un piccolo vuoto d’aria nel petto, esco sulla strada. Capita mi dico, quando la paura è più alta dell’ostacolo tanto da coprirlo del tutto e nasconderne l’entità e ci si lancia a saltare da un po’ troppo in alto.

Sulla canzone che stavo aspettando

Ci sono giorni magici in cui accade che ti metti alla guida e alla radio passano proprio la canzone che ti eri dimenticata di cercare su YouTube il giorno prima. In quella canzone trovi sublimate tutte le novità che senti in te stessa. Perfino quella di portare di nuovo gli anelli alle dita, l’ultima volta che ne ho portato uno forse avevo dieci anni. Lo persi per averlo tolto prima di lavare le mani e in genere già non sopportavo la sensazione di averlo ancora al dito anche quando a sera lo rimettevo nel suo cofanetto. Mi urtava che la pelle conservasse la sensazione di costrizione per poi guardarmi le mani e non trovarlo. Li guardo invece adesso mentre scrivo e mi sembrano un’armatura niente male.

Scrivile, scemo, stanotte non dormi, tu chiamali sogni, ma sono ricordi
Scrivile, scemo, è colpa del vino, se basta uno sguardo e ritorni bambino
Scrivile, scemo, ci vuole coraggio, nel ’94 ad essere Baggio

Ci sono giorni magici in cui accade che ti svegli al mattino e si realizza esattamente l’ultima cosa che avevi sognato, sorridi come una bambina che ha ricevuto il regalo più bello e pensi che allora l’Universo non è solo quella spirale che mangia e ingoia tutte le cose belle che ti capitano nella vita, ma ogni tanto si espande per comprenderne altre al suo interno.

Ma dove sei? Dicono che sei un po’ cresciuta oramai
E non sei più quella bambina che baciava Harry Styles in TV
E pesano, uccidono, ‘sti cazzo di “ti amo”, ballano dentro la bocca un ritmo cubano
Il sangue, le lacrime, un grido blasfemo, tu fatti coraggio, poi scrivile, scemo

Ci sono giorni magici in cui accade che ti senti bella, che la bilancia dice che mancano tre chili al tuo sogno che poi non è un sogno ma un racconto che stai scrivendo ogni giorno, da quando ti sei accorta che avevi il potere di cancellare le righe che non ti piacevano, di costruire una trama diversa, di accorgerti delle abitudini e di usarle a tuo vantaggio. Forse non è una gran scoperta quella di potersi alzare al mattino non per dovere, ma anche per ritagliarsi del tempo libero extra prima di qualsiasi impegno per fare qualcosa di bello per se stessi, ma è una delle migliori.

E scusa per l’ansia, mi mangia da dentro e per il cane che scappa con il cancello aperto
Vedi, non sono bravo a fare restare chi mi vuole bene, però so aspettare

Ci sono giorni magici in cui accade che non solo scopri che è fondamentale che ti parli bene, sì, che tu parla bene a te stessa, ma lo metti anche in pratica, perché le cose che pensi diventano i collegamenti più ricorrenti tra i tuoi cazzo di neuroni che si abituano alle parole che più ti ripeti e quella che ti racconti diventa esattamente la realtà che ti circonda. Allora ti vedi in un modo così nuovo, così inebriante, ti senti così padrona di te, ti guardi da fuori e ti piaci mentre cammini per strada e mentre balli in auto sulla canzone che stavi aspettando.

Short #7

Gli uomini confusi ti fanno impazzire. Un giorno è sì, un altro è no, quello dopo è forse. Poi per il tuo bene ti allontanano. Gli uomini rassicuranti ti abbracciano. Senza dubbi. Poi per il tuo bene ti feriscono.