La notte della zucca

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Tolgo il coperchio alla zucca e poggio la piccola candela da thè bianca al suo interno. Prendo uno stecchino lungo e trasferisco allo stoppino il fuoco di un accendino. Chiudo il coperchio e osservo l’intaglio del volto di un Jack Skellington illuminato che spero faccia paura alle mie paure stasera. Lo sistemo sul mobile sul balcone rivolto alle strade deserte e sento di agguantare quella minima stilla di magia che ha resistito ai casini di questa settimana. Devo guardare parecchi balconi più in là della palazzina di fronte prima di trovare un bagliore arancione che sembra un’altra zucca accesa. Il mio Jack quest’anno ha un po’ di compagnia.

Avrei voluto poter prendere decisioni difficili immersa però nella massa fluida delle piccole certezze che si chiamano presenza, indipendenza, serenità e sostegno di cui in genere sono composte le famiglie. Invece qualche giorno fa il mondo mi è sembrato essere di nuovo quel castello di carte senza legami tra le cose, che può crollare nei modi più disparati ma spaventosamente semplici, tanto da non sentirsi più al sicuro nemmeno nella propria mente. Ci sono momenti in cui le mie certezze, quelle che ho costruito a fatica, mi sembra che siano bugie. Così come sembrano mentire i colori dei fiori a cui piace sbocciare proprio mentre le foglie cadono e mi viene il dubbio che siano loro ad approfittare del vento per lasciarsi andare, invece di subirlo e basta. Allora mi chiedo se il vento nella testa non serva a far cadere i pensieri ingialliti, se forse è il caso di approfittarne per buttarli giù e ricominciare daccapo.

Avrei voluto che i miei genitori mi avessero mostrato come si invecchia. Quando domattina porterò la mia zucca di nuovo in casa avrà delle rughe nei tagli che ho fatto. Avrà fatto il suo lavoro, così come ci si aspetta da qualcosa o qualcuno che vorremmo ci proteggesse a volte anche da noi stessi. Invece per una sola notte all’anno mi sento al sicuro, mentre una fiammella sfida per me il buio, il freddo e la nebbia della notte di Halloween.

La Notte Della Zucca

Scese la sera e il vento prese ad insinuarsi nei vuoti della sua anima dannata. 

Soltanto la sua ombra sembrava davvero viva, danzante sul pavimento di pietra, freddo, come lo era il vento e il suo cuore.

Cuore di fiamma fredda.

Sentì il nulla invaderla, le fischiava tra gli intagli come il doloroso suono della sua condanna.

Festeggiava la dipartita della luce, tenendo lontano il calore imputridito di chi una volta fu, per accogliere il buio assordante della notte.

 

 

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Foto personale 31 ottobre 2015 – Lo so, il minion non è poi così terrificante.

* … E Questa Sera Si E’ Alzato Il Vento …*

Il cuore batte forte, chissà che gli è preso stasera, ecco, all’improvviso, chissà che motivo ha di agitarsi tanto, proprio ora, così, senza che sia successo nulla di particolare. Volevo scrivere, si, ma avevo in mente tutt’altro. E invece quel battito fuori dall’ordinario suggerisce tutt’altre parole, magari a sapere il perchè, a sapere dove vuole andare a parare. Una strana agitazione, una specie d’ansia che, butti uno sguardo in giro, soltanto tu percepisci. E grazie, come potrebbe essere altrimenti, per fortuna. Prima di iniziare ho pure cliccato sul corsivo, anche se di solito scrivo dritto e uso il corsivo per altre cose. In questo momento ho anch’io la testa inclinata a destra e forse è per questo che ho inclinato pure le parole, così sembra che siano dritte lo stesso.

In fondo hai imparato che all’occorrenza il sistema di riferimento può essere cambiato, se ti serve per dimostrare una tesi o semplificare delle ipotesi, però lo dici prima, che vale solo in quel sistema di riferimento. Non ti illudi, non hai trovato una soluzione che va bene per qualsiasi caso, ma ti insegnano anche che è una giusta approssimazione del caso reale, che presenta così tante variabili che a tenerle tutte in conto si perde la testa, tanto poi l’influenza di quelle che non prendi in considerazione non è poi così significativa, e anche quel “significativa” lo stai a stabilire tu, in base al rischio che pensi di accettare. Per esempio una casa la tiri su sapendo di accettare una probabilità di “failure” pari ad un certo valore stabilito dalla legge. Quindi con la possibilità, remota, estremamente remota, che possa cascare giù o che non serva più per ciò per cui è stata progettata. Perde di funzionalità. I materiali non sono perfetti.

Perfezione… Lanci uno sguardo alla tv, si stanno ammazzando a trovare una spiegazione del perchè si ricorre alla chirurgia estetica. Pare siano tutti d’accordo che sia necessaria per problemi gravi, amen. Poi s’azzuffano ad analizzare tutti gli altri motivi. Uno di quei programmi in cui vanno sprecate tante parole soltanto per fare spettacolo e mostrare qualche seno nudo complice l’ora tarda. Basterebbe che si alzasse qualcuno a dire “E’ tutta una questione di gusti, di come ci si vuole vedere, dell’idea che ci si è fatti di sè, del proprio punto di vista, il proprio riferimento”. Che poi anche lì c’è il rischio, come per la casa, vabbè. Potrebbero anche alzarsi tutti da quelle poltroncine e andare a fare qualcosa di più utile. Stanno a dire che la bellezza vera dovrebbe essere quella naturale, senza troppe pretese, ogni donna ha la propria e hanno la capacità allo stesso tempo di celebrare gli stereotipi. Su quelli si che si va sempre sul sicuro. Come per il film che hanno mandato in onda prima, uno di quelli che ti sei sempre rifiutata di vedere, nemmeno fosse un horror, soltanto perchè ti stanno sulle scatole tutti quei luoghi comuni che sono nati sugli esami di maturità. Canzoni, film, libri. Odio quando qualcuno si mette sul piedistallo con la pretesa di aver capito cos’è che si prova in determinate situazioni e giù a scrivere sceneggiature tali che più cazzate fanno fare ai protagonisti, più soldi fanno ai botteghini. Come se tutti i ragazzi d’Italia avessero provato le stesse cose la notte prima dell’inizio degli esami. Tu non ti ci ritrovi e t’arrabbi. Però resti a guardarlo, perchè c’è Panariello che ti fa sempre ridere.

E’ sempre una questione di riferimenti allora. Guardi le cose da un altro punto di vista e cambiano. In realtà le cose cambiano proprio nell’atto di osservarle, ma questo lo sa bene quel povero gatto nella scatola. Non si sa se è vivo o morto finchè qualcuno non si da’ pena per andare a vedere che fine ha fatto. Chissà se qualcuno mai si è chiesto cosa pensa il gatto. E si, ogni tanto ti fai anche delle domande un po’ assurde. Lui non può vedere cosa succede là fuori. Credo che sappia almeno che qualcuno c’è e sa che lui sta lì. Soltanto questo sa. L’ha capito. I gatti sono furbi. Qualsiasi cosa stiano facendo, lui è lì tranquillo che pensa ai fatti suoi. Tutt’al più si chiede perchè proprio un micio. Potevano metterci pure un pappagallo, che ne so. Quella strana smorfia sotto ai baffi, però, forse è un sorriso. Non lo ammetterebbe mai, no, ma sotto sotto gli fa piacere, anche se è tutto un gioco, una creazione della mente, che stabilisce un limite e poi ci torna, ogni tanto, a spostarlo un po’ più in là. Sposti i confini, cambi i riferimenti, tutto per trovare sempre un nuovo equilibrio, mentre nel frattempo lì ci sei sempre tu.

“Tutto cambia, per non cambiare nulla.”

piena soddisfazione

E’ da più di un anno che hai questa frase tra le bozze. E’ del prof. Eppes della serie tv Numb3rs. E’ spuntata fuori proprio adesso. Qualche volta ti capita di conservare un pezzo di un puzzle e che tutto il resto dell’immagine ti si materializzi quando meno te l’aspetti. Una sera che il cuore ti batte forte. Una sera che troppe emozioni vengono tutte insieme a trovarti. Lo spazio non è piccolo, ma loro sono davvero tante. Sei troppo stanca per dare un nome a tutte però. Nella confusione se ne è intrufolata qualcuna non gradita, quelle che di solito lasci fuori alla porta perchè non ti piace immaginarti insieme a loro. Ciò che non ti piace lo chiudi fuori, di solito. Ti rendi conto che qualche anno fa eri molto più fiscale, adesso invece, un po’ più malleabile. Uno spiraglio lo lasci aperto perchè da un lato la curiosità in te è sempre più forte di ogni altra cosa (cavolo, la curiosità uccise il gatto… di nuovo lui, povero, ma mi chiedo se quella del gatto o dei tizi fuori) e dall’altro ti piace pensare che sai gestire questioni che prima depennavi, stracciavi, mandavi fuori dai piedi all’istante. Stai pensando a come sono nati questi cambiamenti, qualche volta tra una lacrima e una voglia matta di abbracciare qualcuno. Peccato che non c’era “qualcuno” che lo sapesse. Se tu non lo dici a “qualcuno”, come fa poi a saperlo, eh. Magari con la testa un po’ inclinata. Cambia il riferimento, e tutto viene da sè. Come le parole in corsivo, vengono fuori da sole, vedi? Che da dritte nemmeno sotto tortura lo farebbero.

Apri l’ultima scheda del browser, per questa sera. Tutta questa storia ti ha ricordato di qualche nozione di grafologia di cui hai sentito parlare da qualche parte. E trovi questo:

“La scrittura dritta o leggermente inclinata mantiene il centro di gravità dentro se stessa, vale a dire l’individuo pone le basi del suo rapporto con il mondo all’interno dell’Io, vive la sua realtà interiore individuale come origine della sua costruzione della realtà e a partire da questa si relaziona con il mondo esteriore.
Quando aumenta progressivamente la spinta a destra, il centro di gravità si sposta dall’interno all’esterno: ora l’individuo non riesce più a percepirsi in modo autonomo e sufficiente a se stesso, ma necessita di un rapporto di relazione per stare in piedi.”

Per stare in piedi adesso ti ci vorrebbe più una dormita, magari. E’ tardi, quella gente si è pure alzata dalle poltroncine, e te stai friggendo sotto al calore del pc. Ci penserai domattina. Qualcosa ti dice, però, che a parte un crampo nel collo e un enorme sproloquio nelle bozze ben poco ti rimarrà di questa sera. E’ ovvio, certe emozioni ti travolgono, come un’onda spinta da un vento un po’ più forte del normale. E ci credo, soltanto un surfista starebbe in equilibrio su un’onda e io non lo sono. Poi l’onda si ritira e ti lascia sulla pelle solo l’odore del mare. Solo. Alla faccia. Tra un’onda e l’altra è quell’odore che ti accompagna sempre, pure se non ci fai troppo caso, a volte. Ma appena si alza il vento, si fa sentire eccome.

E fuori, infatti, c’è un bel temporale.

*ಇ … Qualsiasi Cosa Tranne l’Ordinario, Per Favore … ಇ*

“Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perchè ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.”
[A. Baricco]

Hai un gran bell’obiettivo davanti. Diverse cose da fare per andare lì e raggiungerlo. Diverse cose che hai pianificato più o meno bene, di cui ti sei fatta un’idea, nonostante la consapevolezza di essere abbastanza una frana a seguire tabelle di marcia troppo serrate (che questa cosa ancora non riesco a capirla, come si fa ad essere tanto precisi e pignoli e allo stesso tempo così incapaci di seguire i consigli dettati dal proprio buonsenso, bel mistero) pensando comunque che la tua strada è lì, davanti a te, e non devi far altro che adoperarti per seguirla nel migliore dei modi. E poi accade di tutto.

Proprio come in uno di quei film catastrofici che ispirano tante persone a costruirsi dei bunker antiatomici sotto casa (e dove sembra che molti si rinchiudano pur senza catastrofi in arrivo) ti ritrovi proprio al punto in cui il protagonista fa appena in tempo ad avvisare i propri cari che un forte uragano è in arrivo e che ti farai risentire appena verranno ripristinate le linee di comunicazione. Già all’alzarsi dei primi venti più forti del solito, vedi quelle tue belle idee che vengono sollevate in aria, vorticando allegramente come foglie cadute da un albero e che volano via da te mentre tu inizi ad aggrapparti alla prima cosa che hai sottomano, sebbene curiosa di sapere dove se ne stiano andando così di fretta, ma allo stesso tempo più preoccupata della fine che faresti tu, piuttosto che loro. Poi mentre sei lì che faticosamente arranchi nel vento (che tralaltro ti sta scompigliando i capelli in maniera fastidiosissima) provando a raggiungere la porta di casa tua, ti fermi un attimo per voltarti e vedi con gran stupore che dietro di te il resto dello spettacolo sta andando avanti, nonostante tu non sia riuscita ancora a metterti comoda. Alla danza vorticosa si stanno aggiungendo anche il tuo ottimismo, la tua determinazione, le tue rosee-visioni e la mappa che indicava la strada. Arrabbiata e infreddolita entri finalmente in casa e inizi a rendere noto alle pareti e ai quadri di ciò che è accaduto poco prima, con tutto il fiato che hai in gola. Ti metti comoda e provi a mettere ordine nella testa. In stile Protezione Civile compili una lista provvisoria dei danni e dei dispersi, tanto per rendersi conto da dove iniziare a metter mano per i soccorsi. Sconfortata ti accorgi che mancano anche la tua voglia-di-fare, la positività e la tua tanto amata razionalità. Poi per fortuna nemmeno il tempo di scriverlo che una piccola delegazione in rappresentanza di quest’ultima bussa al citofono… E’ riuscita a sottrarsi alla bufera e prontamente è tornata a casa, a darti una mano.

Ti prepari una camomilla e prendi consapevolezza del fatto che con tutto ciò che manca, beh, ti senti alquanto persa. E si stagliano di fronte a te scenari terribili, rappresentazioni visive di alcuni dei tuoi peggiori limiti. Pensi alla frase di Bach che ami tanto:

Cavilla sui tuoi limiti, e senza dubbio essi t’apparterranno-.

Già. Ti appartengono e non sono altro che il metro con cui ti misuri ogni volta che compi una scelta nella vita. E poichè sei tu che decidi, sai benissimo anche che puoi liberartene quando ti pare. *Puff* uno schiocco di dita e puoi farli scomparire. Sempre che, ovviamente, tu non ne abbia bisogno per definire il tuo campo di azione. Ed è per questo che in fondo li lasci lì, in quell’angolo della testa, perchè sai che più di tanto non danno fastidio, di solito, e riesci a tenerli a bada. A quanto pare però, in occasione di particolari eventi della tua vita, in vista del raggiungimento di obiettivi importanti tirano fuori striscioni, bandierine e megafoni e partecipano più attivamente di quanto vorresti alle tue vicende. Fanno talmente casino che non riesci a vedere nient’altro. L’uragano che lì fuori sta dando il meglio di sé deve averli proprio entusiasmati. Per cui resti chiusa in casa, insieme alla tua festosa compagnia, mentre tutti si chiedono che fine hai fatto. Sanno che ogni tanto capita, ma sanno anche che non appena metti di nuovo il naso fuori potranno contare su di te, come sempre. Mentre tu, orgogliosa e testarda, vuoi contare solo su te stessa.

Vuoi a tutti i costi ritrovare tutti quei dispersi e ripartire. Non ti va di essere trascinata fuori con una scusa, o con una promessa da parte di qualcuno, nonostante tu gli voglia bene più di quanto fai sembrare. Intanto i giorni passano e l’uragano pure. Solo che i tuoi ospiti a furia di urlarti nelle orecchie con i megafoni ti hanno intontita e camuffi in “relax” ciò che in realtà è una ritirata strategica, durante la quale speri che mettendo nero su bianco tutte quelle zuffe di pensieri, riflessioni e considerazioni varie possano placarsi e darsi una calmata, invitando tutti a collaborare affinchè si possa tornare al più presto alle attività consuete, e soprattutto, a pieno regime. Ha funzionato tante volte, pensi, funzionerà anche con questi signori qua.

Molto bene, abbassate i megafoni per favore e ascoltatemi. E’ vero, io odio assolutamente quando i miei piani vengono messi sottosopra, e soprattutto quando non ho il piano B già pronto da qualche parte. Stavolta non me l’aspettavo. Son rimasta spiazzata e voi avete approfittato di qualche minuto di indecisione per invadermi casa. Grazie davvero, eh. Il problema è che senza piano B, o C, senza insomma un piano qualsiasi, c’è il rischio di farsi trascinare e seguire il piano di qualcun altro, che essendo appunto non tuo potrebbe adattarsi a te, con qualche aggiustatina qui e lì, ma non ti calzerà mai a pennello come a chi l’ha ideato per sé.
E’ vero, si, poi al mio obiettivo ci arrivo, ma mi piacerebbe che nessuno poi pensasse di candidarmi agli Oscar per il premio di Miglior Attore Non Protagonista. (Eccolo lì, c’è uno dei tizi con il megafono che ha già capito dove voglio andare a parare, sta già di nuovo a saltellare con la sua bandierina in mano…). Per carità, non stiamo qui nemmeno a girare il film del secolo tanto per conquistarsi il premio più ambito. La questione è che mi piacerebbe sbrigarmela da sola. Vorrei riprendere in mano le redini della situazione. Vorrei decidere da me. E vorrei sentirmi sempre e comunque protagonista della mia vita, vorrei che tornasse il mio spirito di ottimismo e di positività che mi ispira tanto e mi sprona a dare il meglio e a non dubitare mai di me. Chi può mai credere in me non io stessa per prima? Chi deve vivere la mia vita, se non io? Senza tali prospettive, mi sento persa, banale … I’D RATHER BE ANYTHING BUT ORDINARY, PLEASE (per l’occasione ti sembra pure di sentire in sottofondo la citata canzone di Avril). 
Ci saranno persone che si allontaneranno e piani sconvolti, ancora e ancora. Trattenere però disperatamente tra le mani situazioni che più o meno palesemente stanno scomparendo è peggio che lottare contro i mulini a vento.
Io farò, nonostante tutto, a modo mio. E i propri limiti, quando diventano stretti, bisognerebbe spostarlì un po’ più in là, per darsi più spazio e andare avanti… Ed è proprio per questo che apprezzerei molto se poteste liberarmi il soggiorno e levarvi dai piedi.

Finalmente sei sola. Vai a prendere il telefono. Sembra che le linee stiano a posto, adesso.