As Long As You Love Me So, Let It Snow, Let It Snow, Let It Snow

L’armonia è fatta di una serie di logiche che più non comprendi e meglio si intrecciano e sopravvivono perfino a ciò che le ha create. Per rendere l’idea, secondo me, è un po’ come accade per l’amore.

L’altra sera sono rimasta immobile, in contemplazione davanti tutte quelle piccolissime lucine colorate, i loro riflessi, il loro accendersi e spegnersi apparentemente a casaccio, come orchestranti che prendono a suonare in una sequenza ignota a chi ascolta, ma che loro conoscono alla perfezione. Da unica spettatrice pensai di fermarmi ancora qualche minuto, che in fondo l’albero lo si addobba anche un po’ per se stessi.

Se ti resta dentro è difficile che niente o nessuno prima o poi non arrivi a risvegliarla mai. Si lega a quella parte di te che può restare in astinenza per un po’di tempo ma non riuscirebbe mai a viverne senza. Così la ricerca ovunque. Come quando di un discorso ricordi un dettaglio insignificante o fotografi una foglia tra le altre cadute in terra. Come quando ti innamori o sorridi per altri motivi, come quando ti dici posso crederci ancora.

Si, si anche lì ogni casa, albero, piazza era addobbato a festa. Sarà che fa più freddo così a nord o che Babbo Natale qui è quasi a casa, ma l’atmosfera natalizia è davvero coinvolgente. Mi è rimasta dentro e l’ho portata a casa con me. Come un regalo.

Cosa accade poi? Che i ricordi si facciano sensazioni. Lo strano fenomeno per cui quando ti ritrovi vicino qualcosa che ti ricorda l’altra che ha generato il ricordo, riesci a star bene. O comunque riprovi quella sensazione. Pensavo allora a quanto sia importante collezionare un buon numero di belle sensazioni. È possibile che così il mondo sembri un po’ meno buio, e brutto.

Non me l’aspettavo, le strade profumavano di dolce. Dovevano essere le chocolaterie o i waffles venduti per strada. Ho trovato città calde, accoglienti come non avrei creduto che fossero. Mi sarebbe piaciuto puntare il dito verso decine e decine di cose perché qualcuno, una persona speciale che immaginavo al mio fianco, potesse notarle. 

Che poi per star bene in fondo il segreto è avere la possibilità di dare, più che ricevere. Fare un regalo, offrire ascolto o comprensione. Dare amore. Una grande grandissima fortuna credo sia trovare una persona che riesca a lasciarsi amare da te. Che non respinga le tue attenzioni, che non ti escluda per un motivo o un altro dalla propria vita. Qualcuno che non veda l’ora di incontrarti di nuovo, che ti chieda di restare o di tornare. Qualcuno che abbia voglia di conoscerti, che ti chieda di trascorrere del tempo insieme o di chiacchierare un po’. Cose semplici. Invece ultimamente mi è toccato solo correr dietro le persone a cui tengo mentre andavano a rintanarsi chissà dove. Non che non voglia star loro vicino, ma sono stufa. Ve la immaginate Alice che continua a cadere nel pozzo a furia di lasciarsi trascinare da chi non si degna di fermarsi a dirle dove diavolo sta andando? Io no. Perfino lei sono certa che un bel giorno si fermerebbe in un posto e direbbe che quello è il suo paese delle meraviglie e chi c’è bene, chi no fatti suoi.

Qualche giorno dopo ho visto le luminarie nella mia città. Non avevo ancora avuto occasione di farlo. Sono stata felice di vederla vivere e coccolarsi nello spirito natalizio. Era tutto un dare e ricevere tra lei e la gente che passeggiava tra le sue strade. Io ho incontrato degli amici speciali. Persone che conoscevo ma di cui mi mancavano gli sguardi, i sorrisi. Anche in Belgio ne ho trovata una. Dal sito web del nostro scrittore preferito alle strade di Bruxelles. Tremo ancora dall’emozione a pensarci. Anche loro sono state un regalo per me, senza che lo sapessero. 

Diciamo che adesso più che Alice sembro Scrooge. Lo so. Il fatto è che adoro pure lui, è un personaggio affascinante, come lo è l’atmosfera che sa creare quel racconto. Non è Natale per me senza pensare mai una volta a A Christmas Carol.

Guardavo le vetrine dei negozi alla stazione della metro. Mi piacciono da morire i giorni prima di Natale. Sono carichi di atmosfera. Sono tesi, quasi scoppiano per i milioni di cose che le persone hanno da fare e da dire o che hanno per la testa e non credono di realizzare ancora, ma si perdono a fantasticarci su. Sperano e maledicono, si emozionano, si concentrano nei preparativi o brontolano soltanto. Nessuno, proprio nessuno resta indifferente dinanzi al Natale. Nel bene e nel male. 

L’atmosfera è una forma di armonia. Allo stesso modo, esiste e non riesci a spiegarla. C’è e basta. Prima parlavo del fatto che quando manca la si finisce per ricercare ovunque. Io l’ho fatto in quest’ultimo periodo e qualcosa l’ho trovato. Qualcosina. Forse le parole per esprimere quello che ho dentro, che ho vissuto. Magari per parlare anche di ciò che vorrei fare. La cosa più importante è che tra tutto, mi pare di aver trovato anche la voglia di cercare ancora. Quella è fondamentale davvero. Come ho sentito distrattamente dire da Benigni qualche sera fa è il desiderio che muove il mondo. Il desiderio è energia potenziale, e mi piace pensare sia futura entropia. E se il segreto fosse andare, sempre e comunque, verso tutto ciò che ci attrae di più, pur senza una ragione e tante spiegazioni? Finiremmo per diventare noi stessi parte di un’armonia?

E così osservando l’albero la mente è volata a tutto questo. Semplicemente, per associazione di idee, di emozioni. Chissà cos’è che hanno davvero in comune. Pare siano intrecciate, tipo da una logica nascosta. Boh. Credo che ci penserò su. 

When we finally say good night, how I’ll hate going out in the storm; but if you really hold me tight, all the way home I’ll be warm. The fire is slowly dying, and, my dear, we’re still good-bye-ing, but as long as you love me so, let it snow, let it snow, let it snow.

foto personale, Brugge, Belgio

foto personale, Brugge, Belgio

Il Mio Demian

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  La dj alla radio porse una domanda all’ascoltatrice al telefono, cogliendo la mia attenzione che fino a quel momento doveva essere stata altrove. Non ricordo a cosa pensavo prima, a parte il tizio che da dietro lampeggiava, ma ricordo abbastanza bene tutta la serie di riflessioni che presero a ronzarmi per la testa, finché non giunsi a destinazione.

E allora quand’è iniziato il vostro amore? 

  Sono certa che la tipa rispose qualcosa riguardo l’inizio della relazione con il suo uomo, ma non l’ascoltai per niente perché mi arenai sulle parole “iniziato” e “amore” convinta che fossero accostate in modo strano, che nella stessa frase facessero un po’ a botte, che non suonassero bene insieme. Adesso scrivendolo mi rendo conto di quanto questa sia solo una pignoleria, che tante volte si usano le parole in maniera che insieme rendano un concetto più generico e intuitivo, eppure quella stranezza mi attraeva e mi portava lontana dalle loro voci.
L’amore è davvero qualcosa che inizia? Esiste un giorno, un istante specifico in cui ci si sente innamorati? Direi che si, esiste ed è più o meno quando gli occhi si aprono un po’ di più e il cuore aggiunge battiti a quelli già schierati, ma è più una consapevolezza che un inizio. Non è che un momento prima non ne avessimo affatto dentro e quello dopo lo si sente guidare i passi, le parole.
  Sono i rapporti ad iniziare, come i viaggi, ma l’amore sa dedicarsi anche a giornate di sole, onde di un mare. Se non inizia, dunque, non finisce. Non si lascia uccidere, tormentare, smontare o ingannare. Sa proteggersi. Avrei potuto sbottonare mille corazze e spogliarti di altrettante paure e ancora non baciare la tua pelle davvero. Si lascerebbe accarezzare appena, un giorno e poi cercarsi un’altra casa, quello dopo. Vagherebbe per giorni in completa solitudine pur di trovare un nuovo arcobaleno dal quale tuffarsi. Anche sapendo di questa sua proverbiale costanza, mi son dovuta ripetere più di una volta che non si parte per scappare. Che scappando non esiste posto in cui poi si possa dire di arrivare. Credo di aver barato chiudendo questa convinzione in valigia pochi minuti prima di andare, per portarla con me, si, ma senza averla in continuazione tra i piedi. Avevo camminato sul fondo sconnesso di un fiume in secca e non avevo più idea di cosa significasse essere trasportati dall’acqua, galleggiare senza opporsi alla corrente, non ferirsi ad ogni passo. Mi sono chiesta come avrei potuto sentire ancora quella sensazione di libertà, di vita. In che modo quel fiume che non ha né inizio né fine avrebbe potuto investirmi ancora, anche soltanto per sentire il profumo del cielo e chiamare amica ogni nuvola che coprendo il sole bisbiglia tenerezze di un autunno anticipato, piuttosto che tristezza. Allora ho aperto un libro. Ho osservato a lungo persone che avevo intorno, l’affetto nelle mani, l’amore negli occhi, la solitudine nei passi e i sorrisi rivolti al sole. Non so come tutto ciò si legava al libro che leggevo o come quest’ultimo tirasse fuori da ogni immagine proprio ciò di cui avevo bisogno. E’ come se qualche volta dei libri non capitino tra le mani per caso. Hanno con sé risposte, spunti, idee nuove, idee che si collegano alle tue e le ampliano, le abbelliscono. Mi sono trovata in un turbinio di parole e sogni notturni, strette di mano e sguardi che superavano distanze di gran lunga maggiori di quanto sembrasse. Come quelle che per tanto tempo ho guardato, analizzato e combattuto per niente. E’ stato diverso e meno coinvolgente, ma affascinante come pochissime altre cose di cui sono stata circondata negli ultimi mesi.
  Sono i viaggi a finire, come i rapporti, ma l’amore siede accanto a te al ritorno e saltella tra foto e cartoline memorizzando dettagli, luci e proiettandosi a sua volta su cose ancora non dette, ancora non viste. Sento la testa piena di un mucchio di cose nuove adesso, frasi iniziate e da finire, pezzi di idee che aspettano di essere seguite. E’ un nuovo punto di partenza questo, un fermento, uno slancio in cui spero di trasformarmi, per viaggiare ancora.

 

*… Semplice, Ma Non Troppo …*

Ecco, tanto per cambiare, riflettevo. Troppe cose che non riesco a capire. Troppe domande. Nessun senso di pace interiore, energia cosmica e/o pensiero minimamente zen che mi tenga ferma in un solo posto, che plachi la confusione o la distragga con qualche gioco di prestigio. Che la tenga buona per un po’ per darmi modo di dedicarmi anche ad altro. Che mi faccia star bene abbastanza da far trascorrere almeno una giornata senza che controlli di continuo l’ora. Come se avessi paura di perdere qualche risposta che magari potrebbe passare proprio in quel minuto, a bordo di quel vento che le foglie trovano divertente, ma i miei pensieri no.

Mi sono ritrovata a parlare con dei perfetti sconosciuti dei dubbi che ho, presi a caso tra tutti quelli che aspettavano con me il passare di qualche parola risolutiva, che fosse convincente abbastanza da portare i passi verso un’altra fermata, quella successiva di solito. Si perchè ne vedo diversi a volte che invece scelgono di tornare indietro trascinati da curiosità che il passato tende sempre a nascondere tra i cassetti della cucina come una persona anziana spaventata dall’idea che nessuno vada più a trovarla nell’ansia di dover correre tutti in avanti, chissà dove. Che, nel dubbio, ‘avanti’ è giusto, fa tanto pensiero positivo. Ho provato a parlare con loro, a far domande, nella possibilità che qualche risposta l’avessero beccata già prima di me, ma invano. Hanno compreso e condiviso ciò che avevo da dire ma poi sembrava non ne sapessero più di me. Le ho salutate e sono andata avanti per conto mio ancora guardandomi intorno. Nel caso arrivasse un’indicazione qualsiasi. Mura di altre case raccontavano di ciò che è stato, ma non hanno saputo dirmi se quello fosse il posto giusto dove restare e se si, per quanto tempo. Così come vorrei sapere quanto tempo bisogna restare in una certezza prima che diventi pregiudizio.

Esistono confini nella comprensione? Cioè, arriva un punto in cui c’è da pensare ti ho compreso fin troppo adesso vorrei essere compresa io come se si trattasse di un senso unico alternato, oppure è un qualcosa che viene dallo stesso posto dal quale viene l’amore che vive dell’esser dato soltanto? Ho perso il conto delle tempeste nelle quali sono finita insieme a persone che ho qui intorno che invece di risposte cercavano in ogni modo di togliersi le responsabilità delle proprie scelte. Chiamano incomprensione ciò che io ho imparato ad identificare come vittimismo. Allora poi nel bel mezzo di una tempesta ci sono finita da sola, questa volta non in senso metaforico, il mio spavento è finito prima di lei e mi sono resa conto che ogni cosa che accade al di fuori di noi, dietro ai nostri occhi può diventare tutt’altro.

Quindi è vero che le persone possono fare delle scelte e che queste in qualche modo possono far male agli altri. E’ anche vero però che il ferirsi o meno quando arrivano troppo vicine dipende molto da se stessi. Allora se il tutto si riduce ad una dimensione così personale, così compresa nei confini della propria testa, io credo che la questione diventi com’è che io vorrei essere. E’ ovvio che qui io rifletto soltanto e non è detto che sia tutto così facile, anzi. Si reagisce d’istinto il più delle volte. So che non voglio diventare diversa da ciò che sono per colpa di altri che hanno deciso di andare avanti per la propria strada armati fino ai denti pronti a prendersela perfino con chi non potrebbe mai fargli del male, come me. E se occorre difendersi, come si può capire? E così ogni cosa va in frantumi. Le tempeste distruggono.

Intanto che aspetto risposte, immagino. Io immagino che esista una specie di equilibrio nel quale certe cose come l’amore e la comprensione trovino essenza e vita nell’esser date mentre si rinnovano per ripartire con più forza quando vengono accolte e ricevute. Niente di platonico o a senso unico. Non si pretendono, non si chiedono e meno ancora, si elemosinano. Piuttosto, se tutto ciò nasce spontaneamente allora le persone intorno a sé sono quelle giuste, per una chiacchierata sotto ad una pensilina o perfino, magari, per viaggiare un po’ insieme. E cavolo, quanto ho da imparare ancora.

*… 300 km/h …*

Si voltò e vide il proprio riflesso nel vetro del finestrino. Le piacquero i propri capelli poggiati in quel modo sulla spalla destra. L’intento in realtà era quello di guardare fuori. Il display lì di fronte continuava a vantarsi di quel numero così grande e lei voleva a tutti i costi capire. Voleva capire quel numero. Voleva rendersi conto di quanti fossero davvero 300 km/h. Possibile mai che stesse andando forte quanto una Ferrari e tutto ciò che riusciva a percepire fosse un dolce e sicuro dondolio? Sapeva, si, di tutti i motivi per cui non poteva che essere così, ma cavolo non potevano aver creato un sistema così perfettamente ovattato che oltre che dai sobbalzi, da spiacevoli conseguenze del moto inerziale e dal possibile perforamento dei timpani, tenesse al sicuro anche dal provare un qualche brivido. Perciò iniziò a concentrarsi su qualunque cosa fosse anche leggermente illuminata per cercar di fissare nella mente quanto poco tempo poteva passare tra il vederne una e l’altra successiva. Almeno.

Una cosa però l’aveva capita. 300 km/h erano abbastanza per lasciarsi indietro qualsiasi pensiero troppo pesante da riuscire a correre veloce così. Peccato che ne accorse soltanto quando li vide tutti lì sulla banchina organizzati in un comitato di bentornata a casa, anche se ebbe il sospetto, per un momento, che se solo il suo soggiorno fuori città fosse durato un po’ in più quelli di certo avrebbero trovato un modo per partire e raggiungerla. Pesanti proprio in tutti i sensi. La maggior parte erano domande. E poi dubbi, paure. Ovunque si girasse vedeva cose che stavano cambiando per non tornare ad essere mai più le stesse che conosceva. Quel mai lo metteva lì lei delle volte, altre spuntava fuori dal nulla, o da una lacrima. E lei? Doveva cambiare anche lei? Doveva litigare ancora o fregarsene o trovare un qualche equilibrio o essere se stessa o fare la prima cazzata che le veniva in mente o chissà cos’altro? Desiderava follemente un abbraccio, ma intorno a sé non aveva le braccia giuste. Non erano risposte ciò che cercava. Sperava solo che potesse tenerla abbastanza forte da evitare che il vento se la portasse via. Dentro di sé poi avrebbe trovato tutto il resto. A quei pensieri le batté forte il cuore.

Fece pure parecchio rumore, perché si ritrovò a riaprire gli occhi che nemmeno s’era accorta di averli chiusi. Si guardò intorno e le parve che per fortuna nessun altro avesse sentito.

Giusto in tempo.

Il display le suggerì con gentilezza di tenere una sciarpa a portata di mano e le diede l’arrivederci sperando di rivederla al prossimo viaggio. Lei sperò di poter viaggiare più spesso.

Sorrise, infine, lanciando un rapido sguardo ai bagagli per esser certa di averli tutti a portata di mano pochi istanti prima di scendere dal treno. Per non dimenticare nessuna delle poche importantissime cose che portava sempre con sé. La fece sentir bene l’idea che da quel momento in poi sarebbe stata più consapevole del fatto che, sulla soglia di qualsiasi piccolo o grande cambiamento, avrebbe potuto semplicemente fare la stessa identica cosa.

 

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*… Patrizia …*

Quando parecchi post fa scrissi che una volta realizzato un sogno ci si sente come fermi in un posto da cui si può guardare alle proprie spalle e allo stesso tempo dare una sbirciata in avanti e parlavo di una nuova rotta da tracciare, non credevo sarebbe stato poi così difficile perfino il reperire carta e penna e idee e voglia. Pensavo sarebbe stato tutto più naturale, più automatico, più semplice. Invece mi sento come se fossi bloccata in un porto e ogni volta che provo ad uscir fuori c’è una tempesta terribile e per evitare di distruggere la barca e finire in mare, da sola, perché intanto la ciurma ha fatto ammutinamento, pure, resto all’interno, ad aspettare che esca il sole.
Senza contare che lì, nel porto, mentre aspetto con la faccia imbronciata, non con le braccia conserte perché morirei di noia, ma facendo tutto fuorché ciò che vorrei davvero, non riesco più a capire chi mi sta intorno. Sembra abbiano iniziato tutti a parlare arabo. E io mi son persa pure il traduttore. Vedo solo un andirivieni di persone, organizzate in gruppi o da sole. Vedo passare qualcuno dei miei marinai che fa comunella con altri che non conosco. Li guardo e mi sento un’estranea. E mi sono scocciata anche di corrergli dietro cercando di afferrare una o due parole che magari traduco male. Da quel poco che capisco, però, sembra che tutti conoscano verità ed etichette alle quali credono ciecamente o fanno soltanto finta di crederci. Bisogna pur credere in qualcosa. Qualcuno ha dei progetti che per quanto prevedano percorsi talmente contorti che mi viene mal di testa soltanto ad ascoltar loro parlarne, gli permettono di sorridere almeno un attimo prima di addormentarsi la sera a letto. Penso che saranno anche fatti suoi, ma dovrebbe smetterla di andare in giro guardando gli altri come se avesse trovato la ricetta della felicità cazzi tuoi se fai diversamente perché poi a me non sembra che per il resto della giornata la sua faccia sia migliore della mia. Certe volte mentre riparo assi di legno o faccio l’inventario delle provviste rimaste qualcuno viene a dirmi che non importa quando sia terribile la tempesta, l’importante è buttarsi. Che non fa niente se dopo mezzo metro un’onda ti sommerge o una potente folata di vento ti spezza l’albero maestro. L’importante è che ci hai provato.
Per me non farebbe una piega se non fosse che la scelta dell’opzione buttiamoci-tanto-possiamo-sempre-tornarcene-a-nuoto sia condizionata non tanto dalla propria volontà ma dagli sguardi di chi ti sta intorno che si sta chiedendo che cazzo stai aspettando mentre non si rendono conto di esser ciechi nei confronti della tua tempesta quanto tu lo sei nei confronti della loro. E sono stufa di chi sorride per far si che gli si sorrida di rimando ma solo alla presenza di terzi che lo notino. Il mio sorriso si è incastrato tra un treno della vita e un ballo della felicità trovati su whatsapp l’altro giorno e la sera dopo ho fatto fatica a tenere a bada il mio cuore che saltellava allegro per un paio di ritornelli ascoltati mentre la tv era distrattamente accesa sul festival di Sanremo, proprio mentre notavo che il pronunciare critiche nei suoi confronti è diventato un sport nazionale quanto lo è il lancio delle frecciatine al di fuori di un campionato di tiro con l’arco. Notavo che non me ne fregava niente perché ogni critica non fa che auto-ingigantirsi come quei cereali che mangiano i pezzi di cioccolata che gli corrono intorno solo per far più paura alle altre.

Mi sono chiesta allora che ci faccio tra persone che non riesco più a comprendere. Qual è il mio posto tra tutti questi riferimenti che non mi arricchiscono più, che non trovo più positivi, che non mi spingono ad essere migliore. Che non mi ispirano a tracciare la mia rotta. So che non è nemmeno saggio fuggire da ciò che non piace sentire, ma allo stesso tempo bisogna saper prendere provvedimenti se in qualche modo finisce per ucciderti dentro. Allora avevo pensato di andare via. Anche solo di uscire dal porto e mantenermi non troppo distante dalla costa, solo in direzione di un porto nuovo, dove si respira meglio. Non verso il mare aperto, che mi aspetta si, ma sono certa che di me non se ne farebbe niente se non fossi almeno un po’ entusiasta di avventurarmici. E pensavo che dovrei lasciare la mia barca per prenderne una più piccola con la quale spostarmi più agevolmente.

Poi ho pensato che quella barca è la mia vita. Che abbiamo condiviso tanto insieme, abbiamo fatto mille percorsi e ci sono cresciuta. Contiene tutto ciò che di più bello e brutto e stupido ed emozionante ho incontrato negli ultimi anni. E supererà anche questa. Magari le cambio un po’ look, chissà. Che si fottano tutti. Andremo insieme verso nuovi porti, verso il mare, verso chi conta davvero. Di sicurezze non ne ho nemmeno io, ma credo che il posto giusto lo si trova restando almeno coerenti con se stessi.

E io vorrei solo essere così come mi piace essere, niente di più.

 

*… Via, A Cercare Altri Pezzi Di Questo Cielo …*

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In matematica non sono brava.
Perdo il conto delle foglie dei rami
e per le stelle ogni volta ricomincio da capo.
Non riesco a misurare il salto delle cavallette
e non so la formula per il perimetro delle nuvole.
Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge
e anche di quanta ne possa reggere un filo d’erba.
La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce
e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione.
Ho diviso il numero dei semi per i frutti
il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno.
Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia
ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane.
La matematica mi confonde. Come misura del mondo è strana.
Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari.
Due finestre fanno una vista? quattro muri sono una casa?
Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? quanto pesa un segreto?
quanto misura una risata? e l’area del cuore come si calcola?

[La Misura Del Mondo – Azzurra D’Agostino]

*… Ti E’ Mai Successo? …*

Ti è mai successo di sentirti al centro
Al centro di ogni cosa al centro di quest’universo
E mentre il mondo gira lascialo girare
Che tanto pensi di esser l’unico a poterlo fare

Sei così al centro che se vuoi lo puoi anche fermare
Cambiarne il senso della direzione per tornare
Nei luoghi e il tempo in cui hai perso ali, sogni e cuore
A me è successo e ora so volare

Ti è mai successo di sentirti altrove
I piedi fermi a terra e l’anima leggera andare
Andare via lontano e oltre dove immaginare
Non ha più limiti hai un nuovo mondo da inventare

Sei così altrove che non riesci neanche più a tornare
Ma non ti importa perché è troppo bello da restare
Nei luoghi e il tempo in cui hai trovato ali, sogni e cuore
A me è successo e ora so viaggiare

Oltre questa stupida rabbia per niente
Oltre l’odio che sputa la gente
Sulla vita che è meno importante
Di tutto l’orgoglio che non serve a niente

Oltre i muri e i confini del mondo
Verso un cielo più alto e profondo
Delle cose che ognuno rincorre
E non se ne accorge che non sono niente
Che non sono niente

Ti è mai successo di guardare il mare
Fissare un punto all’orizzonte e dire:
”È questo il modo in cui vorrei scappare
andando avanti sempre avanti senza mai arrivare”

In fondo in fondo è questo il senso del nostro vagare
Felicità è qualcosa da cercare senza mai trovare
Gettarsi in acqua e non temere di annegare
A me è successo e ora so volare

Ti è mai successo di voler tornare
A tutto quello che credevi fosse da fuggire
E non sapere proprio come fare
Ci fosse almeno un modo, uno, per ricominciare

Pensare in fondo che non era così male
Che amore è se non hai niente più da odiare
Restare in bilico è meglio che cadere
A me è successo, amore, e ora so restare.

[Ti è mai successo – Negramaro]