Il termostato empatico

210 Single woman life ideas | illustration art, animation art, cute art

Insomma, è arrivato il fatidico momento di accendere i riscaldamenti. Molti condomìni della mia cittadina li hanno centralizzati, quindi i termosifoni di tutti gli appartamenti si accendono e spengono insieme agli stessi orari. Nel mio parco ognuno fa da sé e qualche anno fa l’elettricista della squadra che si occupò dei lavori di ristrutturazione montò il termostato per comandare la caldaia dall’interno della casa.
Ma a modo suo.
Ogni anno devo tornare per qualche istante al momento in cui mi spiegò come l’aveva impostato.
Ogni anno resto qualche istante davanti al termostato come un’ebete a ripetere mentalmente il suo breve e personale ragionamento. Lo sportellino del termostato ha un bottoncino che se si trova al centro significa spento. Poi ci sono due disegnini. Un sole e un fiocco di neve.
Adesso.
In genere il sole sta per l’estate, quindi dovrebbero accendersi i condizionatori spostando il bottoncino lì. Il fiocco di neve rappresenterebbe l’inverno, quindi comanderebbe i termosifoni.
Invece no.
Il mio elettricista la pensava diversamente. Giusto a sottolineare che niente è mai scritto per sempre, tutto si può guardare sempre da un altro punto di vista. Ricordo che con una semplicità disarmante, come fosse la cosa più ovvia del mondo, mi disse che spostando il bottoncino sul sole che lui associava al caldo si sarebbero accesi i termosifoni. Il fiocco di neve avrebbe azionato ciò che crea il freddo, i condizionatori. Facile. Da allora non so quante volte ho dovuto ripetere questa storia perché chiunque si accingeva ad accendere i termosifoni dieci volte su dieci avrebbe spinto il bottoncino verso il fiocco di neve.
Ammetto che mi piace questa piccola rivoluzione di pensiero. Insomma, ho qualche difficoltà con le convenzioni. Quando in palestra seguivo il corso di aerobica ciò che per l’istruttrice era destra per me era sinistra e viceversa. Ho scoperto che mi diverto molto di più in sala pesi, dove posso fare come mi pare purché i movimenti siano corretti. L’ordine però posso deciderlo io. Non riesco ad andar dritta nemmeno sul tapis roulant. Ogni tanto sbando perché mi distraggo e disegno curiose curve sul rullo mobile.
L’elettricista invece veniva da un piccolo paesino, di quelli dove regnano le tradizioni e il motto se nasci tondo non muori quadrato e lui aveva tutta l’aria di essere un suddito di quel regno. La sua non era una ribellione alle convenzioni. Lui semplicemente associava l’immagine alla sensazione e quindi alla funzione. Un po’ come facciamo noi che scriviamo guardando il mondo attraverso la pelle. Magari senza farlo apposta regoliamo anche noi un qualche termostato quando ci affacciamo dal balcone o dalla finestra o quando mettiamo il naso fuori alla porta e la realtà ci sembra più fredda un giorno, più calda un altro, di pochi o molti gradi, a prescindere dal meteo e dalle stagioni, che ci sia il sole o la neve è come se fuori da noi sentissimo sempre e comunque la temperatura dell’anima.

La notte della zucca

A Lonely Girl in a Stock Footage Video (100% Royalty-free) 15258571 |  Shutterstock

Tolgo il coperchio alla zucca e poggio la piccola candela da thè bianca al suo interno. Prendo uno stecchino lungo e trasferisco allo stoppino il fuoco di un accendino. Chiudo il coperchio e osservo l’intaglio del volto di un Jack Skellington illuminato che spero faccia paura alle mie paure stasera. Lo sistemo sul mobile sul balcone rivolto alle strade deserte e sento di agguantare quella minima stilla di magia che ha resistito ai casini di questa settimana. Devo guardare parecchi balconi più in là della palazzina di fronte prima di trovare un bagliore arancione che sembra un’altra zucca accesa. Il mio Jack quest’anno ha un po’ di compagnia.

Avrei voluto poter prendere decisioni difficili immersa però nella massa fluida delle piccole certezze che si chiamano presenza, indipendenza, serenità e sostegno di cui in genere sono composte le famiglie. Invece qualche giorno fa il mondo mi è sembrato essere di nuovo quel castello di carte senza legami tra le cose, che può crollare nei modi più disparati ma spaventosamente semplici, tanto da non sentirsi più al sicuro nemmeno nella propria mente. Ci sono momenti in cui le mie certezze, quelle che ho costruito a fatica, mi sembra che siano bugie. Così come sembrano mentire i colori dei fiori a cui piace sbocciare proprio mentre le foglie cadono e mi viene il dubbio che siano loro ad approfittare del vento per lasciarsi andare, invece di subirlo e basta. Allora mi chiedo se il vento nella testa non serva a far cadere i pensieri ingialliti, se forse è il caso di approfittarne per buttarli giù e ricominciare daccapo.

Avrei voluto che i miei genitori mi avessero mostrato come si invecchia. Quando domattina porterò la mia zucca di nuovo in casa avrà delle rughe nei tagli che ho fatto. Avrà fatto il suo lavoro, così come ci si aspetta da qualcosa o qualcuno che vorremmo ci proteggesse a volte anche da noi stessi. Invece per una sola notte all’anno mi sento al sicuro, mentre una fiammella sfida per me il buio, il freddo e la nebbia della notte di Halloween.

Buone ragioni.

Crisis gives India the chance to clean up its shadow banking sector |  Financial Times

G. passa le mani tra i capelli corti castani con disperazione. Dietro di lui le auto ferme oltre il marciapiede ripartono agli ordini del semaforo. Non c’è nulla peggio di un flusso di cose, persone, che scorre come se nulla fosse mentre sei incagliato in una decisione difficile. I colleghi intorno a lui sorridono e scuotono la testa. Sei fregato G. gli ripetono. Lui rilancia. Siete sicuri? Questa cosa del galateo… Dice tre mensilità? M. annuisce, Si, ho sentito così. Almeno tre. G. prende il cellulare e mostra a tutti immagini di anelli con brillanti su tutta la circonferenza. Ha detto che lo vuole così. Gli altri ridono e rilanciano, gli dicono che non è fregato, ma di più. Pare che lei abbia dato suggerimenti molto precisi anche sul modello. Non ha scelta. Io sorrido guardando tutti. C’è F. che è sposato da qualche anno, lui se la ride sotto ai baffi. Racconta che lui per l’anello di fidanzamento non ha speso più di trecento euro. E questo è niente G. E’ solo l’inizio. La tua vita è finita, lo sai?
G. sta sudando. R. è al telefono con la sua ragazza per un resoconto dettagliato della sua giornata fino al caffé dopo pranzo, lì fuori al bar. M. ride ma ha lo sguardo basso, F. se ne accorge e lo pungola. E tu quando ti decidi? M. alza le mani, scuote la testa, non è assolutamente in programma alcuna proposta di alcunché.
Poi ad un tratto tutti mi guardano e mi rendo conto di essere l’unica donna del gruppetto. F. è il più rapido a chiedermi cosa ne penso. A braccia conserte alzo le spalle e dico che secondo me ci sono modi migliori di spendere tremila euro. Ricevo plausi e sguardi di approvazione. Ma si ragazzi, che so, un viaggio, una cosa così. G. mi guarda con la coda dell’occhio. Cerco di aggirare la questione ma non credo di riuscirci. A lei piacciono i gioielli in genere, ne capisce? Immagino, ti ha fatto una richiesta così specifica…
G. risponde che no, non è così. Lei è solo tradizionalista. Quella parola piomba come un macigno sui sorrisi e noto tutta la disapprovazione con cui lui stesso lo afferma. Tradizione significa che se lui spende moltissimi soldi allora dimostra di tenerci davvero. Come se facesse un investimento che in qualche modo garantirebbe a lei la sua fedeltà. Io non riesco ad aggiungere nulla. Vorrei tanto chiedergli perché vuole sposarla. Perché vuole una donna che si fiderà di lui soltanto dopo aver visto brillare le sue promesse intorno al dito, pur sapendo che non può permetterselo o forse proprio sapendo che per lui sarà un bel sacrificio spendere tanti soldi. F. chiede se la porterà fuori un weekend per farle la proposta. G. sbarra gli occhi tu sei pazzo, una cena andrà più che bene. Mi inserisco di nuovo nel discorso, proponendo che potrebbe risparmiare sull’anello ma organizzare una proposta fuori porta e far rientrare tutto nel budget. G. scuote la testa. Il dove non è una buona ragione per investire di meno nel gioiello. Mi sbilancio e dico che secondo me non esistono buone ragioni nemmeno per sposarsi, ecco. Quelli sposati annuiscono e io rabbrividisco. Avrei preferito mi contrastassero in qualche modo esponendo motivazioni a favore delle loro scelte. Invece no. Le ombre apparse sui visi di tutti mi spaventano. Il gruppetto si scioglie pian piano sulla strada per tornare in ufficio e ripenso alle parole di Galimberti in cui mi sono imbattuta qualche tempo fa. Diceva una cosa dissacrante e intelligente riguardo al fatto che non dovrebbero rendere semplice divorziare, ma fare in modo che sposarsi sia estremamente difficile. A livello economico sarebbe un danno, ne soffrirebbero interi settori che si occupano di tutto ciò che occorre a celebrare un matrimonio. E anche a scioglierli. Non riuscirei nemmeno a pensare a dei criteri oggettivi per “ammettere” una coppia al matrimonio oppure no. Eppure quante persone lo fanno per il motivo sbagliato? Quanti si condannano ad essere infelici, a vivere una vita diversa da quella che desiderano davvero? Mi sfiora l’idea che in qualche modo alcuni non saprebbero sentirsi soddisfatti nemmeno a star da soli, vivendo passivamente quelle che sembrano tappe obbligate della vita e senza mai essersi posti una vera domanda riguardo i propri desideri. Il sole dei primi giorni di Ottobre è ancora abbastanza caldo a quest’ora negli spazi aperti tra un grattacielo e l’altro. G. parla più fitto con M. che aveva tirato fuori la storia del galateo. Io rifletto tra me e me, forse le buone ragioni si riducono a quelle legali di tutela e assistenza. Quelle che hanno portato all’istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Mi osservo con la coda dell’occhio in una porta a specchio e mi metto a fantasticare su cosa ci farei io con tre mensilità come regalo.

#21: Storie di alberi

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Nina si aggira frenetica per casa. Non deve dimenticare nulla. Il caffé l’hanno preso tutti, qualcuno si è già avviato. I fiori finti sono sul tavolo. Le manca di infilare il nastrino intorno al piccolo albero della vita che vorrebbe appenderci vicino, qualcuno le ha mormorato che forse non glielo faranno tenere ma a lei non importa. E’ già tutto così ingiusto cazzo, almeno avrà diritto di mettere dove diavolo le pare quei due centimetri quadrati di legno bianco. Nina cerca le forbici mentre un rumore fastidioso di motore viene da fuori. Chissà cos’è, avranno deciso di tagliare l’erba pensa. Pochi minuti dopo sente un tonfo forte. Corre al balcone e il cuore le va in pezzi. Inizia a balbettare e tremare, a urlare dei no, dei non è possibile. Arriva sua zia che la prende per le spalle e la tiene costringendola a calmarsi, Nina si dimena disperata. Alla fine scoppia in lacrime. Il pino secolare che fino a due minuti prima arrivava con i rami al suo quarto piano giaceva a terra in un modo innaturale. “Era malato Nina, dicono che era malato. Era pieno di parassiti che avrebbero fatto male a tutti” le ripeteva sua zia. Nina si calma anche se la spiegazione le sembra povera e cerca di affacciarsi ma le vengono le vertigini. L’albero copriva il suo balcone alla strada principale e ora si sente all’improvviso completamente nuda. Quei rami le avevano fatto compagnia tante volte, il profumo di pino le arrivava al naso nei giorni di vento, si era distesa a riposare complice di quella chioma e si era divertita a vedere uccellini vari andare e venire da quel folto fogliame ad aghi. Nina pensava che la compagnia di quell’albero fosse una delle cose più belle della casa. Il suo cervello va in loop, non riesce a smettere di ripetersi se ne è andato anche lui e il pensiero a tratti sostituisce, a tratti rafforza quelli che già la affollano riguardo sua madre. Se ne erano andati quasi insieme.
A Nina viene in mente la magnolia nel cortile della vecchia casa. Quando lei era piccola regnava maestosa davanti al balcone della cucina con quei fiori bianchi che sembravano piccole corone preziose. Un giorno tornò da scuola e non c’era più. Il padrone di casa disse che stava rovinando le fondamenta e lei nemmeno ci riusciva ad immaginare come una cosa invisibile come delle radici sottoterra potevano crescere e distruggere la piccola palazzina.
La quercia nel campo di noccioli invece l’aveva buttata giù un fulmine, almeno. Nina ricorda ancora quella tempesta. Era rimasta incollata con il naso al vetro del balcone. La quercia si distingueva bene nel buio e nelle raffiche di vento e di pioggia. Aveva combattuto bene eppure un pezzo di cuore se ne era andato anche quella notte.
Qualche giorno dopo Nina rovistando tra le cose in disordine in camera sua trova una pigna. Sorride e la stringe come se fosse la cosa più preziosa che ha. Era sua, di quel pino, l’aveva raccolta lo scorso periodo di Natale. Prova una piccola soddisfazione nell’aver sottratto alla furia degli operatori comunali almeno quella. La osserva a lungo e le si accendono gli occhi nel sapere e nel promettere a se stessa che un’immagine, un ricordo, una fantasia sempre potrà sottrarre lei dalla furia di qualsiasi tempesta.

ComeDiari #20: Resistenza

Nina tiene la testa sulle mani, le braccia poggiate sul banchetto. Gli occhi spalancati nel buio come quelli di un gatto in allerta. Non deve farsi scoprire. Gli altri bambini sono cascati come pere cotte. Le maestre si muovono silenziose ma solerti da un banchetto all’altro a zittire e controllare. Poco fa hanno abbassato le persiane dell’aula, momento che sancisce l’inizio dell’ora di riposo. Tre o quattro bimbi si ribellano platealmente, piangono e fanno i capricci. Le maestre a loro danno le brandine. Questa cosa Nina non la capisce, fanno i cattivi e però stanno più comodi. Quattrocentoventidue, quattrocentoventitre, quattrocentoventiquattro… Nina li osserva di traverso. Neanche a lei va di dormire a comando, ma non fa tutte queste storie. I capricci sono cose da bambini. Poi vuoi mettere il disonore di essere ripresa dalle maestre. Un paio di assegnati alle brandine sembrano addormentati. Quattrocentocinquantasette, quattrocentocinquantotto… Nina è ancora sveglia e sottilmente soddisfatta, nessuno se ne è accorto. L’unico problema è che si annoia da morire, allora conta nella testa, ecco una buona occupazione: trovare il numero più grande di tutti, quello a cui non è mai ancora riuscita a pensare.

Nina si aggrappa alla ringhiera del balcone e fissa lo spicchio di Luna crescente nel cielo. Sente il naso che freme, gli occhi che si gonfiano. Un pensiero la trafigge irrazionale e crudo, chissà se c’è qualcosa dentro di lei che somigli a quella luce a forma di sorriso, che sappia elevarsi, ingrandirsi, crescere e splendere. Cambia posizione poggiando solo i gomiti sul ferro e tenendo le mani come ad abbracciarsi. Ha paura di essere diventata arida, fredda, calcolatrice, una brutta persona. Di aver resistito in silenzio per troppo tempo, di aver sviluppato sensi paralleli che le consentono di saltare da una difficoltà all’altra, riuscire a soddisfare i suoi bisogni ma tenendosi sempre ben nascosta dietro la sua gigantografia che sorride a tutti. Teme di aver costruito la sua vita tutta in cunicoli e stanze segrete al riparo dagli occhi degli altri, per esprimere la sua libertà dove nessuno può giudicarla. Le lacrime le fanno sembrare quella luce ancora più nitida e luminosa, che la tristezza è necessaria tanto quanto la gioia. Avrebbe dovuto urlare, ribellarsi e non cercare di far felice nessuno. Doveva diventare capace di tirarsi addosso facce deluse invece dei sorrisi che ogni volta la costringevano a impacchettare altro da portare nel suo mondo segreto. Nina ricorda la sua vita come un’avventura fantastica che si è svolta dietro una televisione spenta, gli unici spettatori sono quelli che erano lì dietro con lei e si contano sulle dita di una mano.
Non appartengo a nessuno e a nessun posto, si ripete, quel pensiero la inorgoglisce di solito, ma questa sera la frantuma in mille pezzi perché sente forte che nessuno la conosce davvero. Un vento passa ad asciugarle il viso. Nina si accuccia con la testa in quell’abbraccio, inizia a calmarsi e a respirare. Forse può ancora salvarsi e fermare quel buio che sente la sta ingoiando, smettere di resistere, di nascondersi, smettere di cercare il numero più grande che esiste in silenzio.

Candele e mongolfiere.

Il fatto è che sono un segno di aria, una Bilancia. Il segno della diplomazia, dell’armonia, che ricerca giustizia e bellezza nel mondo. Come se non bastasse, sono ascendente Leone, un segno di fuoco, che si contraddistingue per il coraggio, la sicurezza e una vanità infinita. Quindi se la giornata è buona il fuoco riscalda l’aria e come una mongolfiera elegante e imponente riesco a volare verso orizzonti infiniti, se va male mi capita qualcosa come vedere la fiamma di una candela platealmente spenta dall’aria che si fa agitata e resto al buio, a cercare a tentoni una torcia nell’anima.

Il secondo piano della Asl era completamente vuoto, ma sentivo dei rumori. Il dottor P sta al secondo piano, vada a vedere, mi aveva detto la guardia giurata sulle scale in assetto da combattimento, camicia fuori dai pantaloni, sudore percettibile, mani in avanti pronte a respingere gli attacchi di anziani esasperati. A vedere cosa, mi dico. Qui non c’è nessuno. Decido di seguire i rumori. Nell’ultima stanza trovo un uomo intento a fare pulizie. In genere mi spaventa rivolgere la parola a chiunque lì dentro: l’Asl della mia cittadina è come una sorta di castello stregato avvolto in una nebbia di rabbia, arroganza e strafottenza e tutti ne sembrano soggiogati e alla fine riescono ad intossicare anche te. Ehm buonasera, sto cercando il dottor P, sa se è arrivato? domando con voce sorridente che non so da dove mi esce dal momento che sono ansiosissima. L’uomo si gira verso di me. Spalle curve, pelato, occhi azzurri di cui uno soltanto sembra puntare nella mia direzione. Questo qui mi manda a quel paese, ho pensato. Stava per concludersi il conto alla rovescia nella mia testa quando posa il detergente spray nel carrellino, mi si avvicina e a mezza voce mi dice no, non ancora. Ma ho appena fatto la sua stanza con il tono di chi invece pensa di aver pronunciato qualcosa del tipo da un grande potere deriva una grande responsabilità. Mi dice di seguirlo. Gli sorrido da sotto alla mascherina riconoscente e pronunciando un grazie più allegro di quanto io lo sia in realtà.

Carte, burocrazie, mi mettono ansia. Non c’è nulla di preciso, controllabile, affidabile. Entra nella stanza del dottor P, ancora vuota. Nota che aveva dimenticato qualcosa e mormora che ha fatto bene a tornare. Mi mostra le sedie fuori in corridoio, dice che la gente in genere aspetta lì. Decido di restare in piedi, ho il terrore mi si attacchi addosso quella nebbia mangia emozioni. Dal foglio affisso fuori alla porta con gli orari per il disbrigo delle pratiche noto che sono cinque minuti in anticipo. Lo smartwatch ci tiene a confermarmi che sono agitata con una specie di misuratore di stress. Mi guardo i piedi nei sandali poco alti di cuoio marrone chiaro. Devo somigliare ad una tedesca in vacanza, con i pantaloni grigio chiaro alla caviglia, la camicetta color verde acqua, zainetto e occhiali da sole pure loro vintage come le scarpe. L’uomo esce dalla stanza e fa per allontanarsi quando arriva quello che sembra il dottore. Un tipo alto, capelli bianchi, rasato. L’uomo me lo indica, eccolo è lui e lo segue nella sua stanza a parlare di non so che. Nel frattempo arriva una donna, alta, abbronzata, capelli corti, chiede all’uomo se è possibile aprire i bagni, sembra una dottoressa anche lei. Mi passa davanti senza nemmeno guardarmi. L’uomo si mette a disposizione, prende le chiavi e la fa entrare, poi si gira verso di me e abbassandosi la mascherina mi fa una smorfia che vuol dire è una pesantona, mammamia. Io stavolta ridacchio davvero, non stento a crederlo dai modi e quando mi passa davanti per andare via lo ringrazio e credo non solo per le indicazioni.

Osservo il dottore che si mette il camice e con una lentezza infinita sistema le sue cose per prepararsi a ricevere i pazienti. Cioè me, perché non c’è nessun altro. Nell’attesa mi guardo intorno. Mi rendo conto che la battaglia tra la candela e la mongolfiera sta andando a favore della seconda. Raddrizzo la schiena, sistemo gli occhiali sulla testa. Scrollo un po’ di ansia dalle spalle. Temo un no signorina, non è possibile, non posso aiutarla. Eppure sento un vento che si alza e inizia a farmi staccare un po’ da terra. Fingo per un attimo che in quel camice ci siano altri volti più gentili e sorrido. Immagino i muri tetri che in un racconto potrebbero fare da metafora a qualche stato d’animo e diventare del tutto innocui. Il dottore mi fa cenno di entrare.
Quando vado via scendo le scale veloce, contenta di aver fatto in fretta e con la speranza di non aver perso solo tempo. Sento un piccolo vuoto d’aria nel petto, esco sulla strada. Capita mi dico, quando la paura è più alta dell’ostacolo tanto da coprirlo del tutto e nasconderne l’entità e ci si lancia a saltare da un po’ troppo in alto.

ComeDiari #19: Quattro anni dopo

picture by Yaoyao

Nina gira la testa verso il balcone chiuso. Chissà quanto ci vuole a piedi e poi in treno ad arrivare al mare. Ha deciso, andrà sabato. Venerdì sera preparerà la borsa con un asciugamano, un libro e una bottiglia d’acqua. Basta rimandare. Gli orari dei treni, sì, quelli li vedrà direttamente venerdì. Ora basta perdere tempo, gli appunti non si studiano da soli. Un ultimo sguardo al Sole che brilla solo fuori dalla sua stanza. Arriva un tonfo dalla stanza accanto e lei sussulta, non vistosamente, ma il cuore inizia ad andarle a mille. Si sarà fatto male? Nessun altro rumore. Aspetta qualche istante, così magari si risparmia di andare di nuovo a controllare. E se non fa nessun rumore perché è successo qualcosa come l’altra volta? Le trema qualcosa dentro, si alza quasi buttando via la sedia e corre di là, ma a pochi passi dalla porta si avvicina piano. E’ tutto ok, è solo caduta della roba. Entra, la raccoglie e gliela sistema a portata di mano. Torna alla scrivania, dov’era rimasta? Ah si, al Sole. Forse sabato può approfittarne per fare quelle commissioni che aveva rimandato, pensa. Sì dai, l’estate è lunga, al mare ci andrà un altro giorno. E magari una di queste sere va ad ubriacarsi come non ha mai fatto. Anche se non servirebbe a nulla, insomma, facendo mente locale, quale uomo al mondo ha risolto qualcosa facendosi del male? Mettiamo pure che si faccia male, ma proprio per bene. Uccidendo ogni speranza, ogni luce dentro di sé, toccando il fondo. Ecco. Nina è quasi sicura che al mondo sono stati toccati già tutti i fondi possibili. Non è rimasto un solo modo originale di farlo. Ne ripassa a mente alcuni senza accorgersi che nella stanza inizia a farsi più buio. Invece, riflette, è molto più probabile che esista ancora un modo di essere felice che nessuno ha sperimentato mai. Si ripromette che l’indomani si metterà più presto sui libri, ormai si è fatta sera.

Nina alza la testa verso il balcone chiuso. A quell’ora, quando finisce di lavorare, la luce che entra da lì attraversa il living e inonda la sua piccola palestra nell’ingresso come una lingua dritta di fuoco. Sembra che il Sole offra una specie di sentiero a lei che pedala da ferma e la proietti direttamente fuori. Il cuore inizia ad andare a mille e lo legge bene sullo smartwatch al polso. Nelle orecchie la musica copre qualsiasi rumore, anche quello un po’ cigolante dei pedali che avrebbero bisogno di un po’ d’olio. Muove le labbra sulle parole straniere che la inebriano. Accelera sempre di più, abbassa le spalle come se dovesse tagliare meglio l’aria. Tenta di seguire gli intervalli del ritmo tabata che si è data, quaranta secondi di sprint e dieci di recupero, ma questi ultimi alle volte se li scorda quando arriva la canzone che la scatena più di tutte. Quella che la fa sentire bella, forte e selvaggia. Le gambe nemmeno le fanno male, saranno dolori dopo, ma non le importa, anzi. Saranno il segno che ha faticato per bene. La lingua di fuoco diventa tutte le strade del mondo, sono tutte lì davanti a lei. Niente le sembra più impossibile. Le passano i nervi, le paure, i dubbi. Il benessere la invade come una droga, sempre lì, sempre disponibile, bastano le cuffie, i suoi pesi e le scarpe da ginnastica.
Dopo si metterà sui libri, ormai si è fatta sera.

Attraverso.

Con la testa poggiata sulla mano fisso la cella del foglio Excel come se li dentro ci fosse qualcosa di estremamente importante. Ne è solo una in mezzo a centinaia di altre, ma è così che la mente sceglie quei punti che in realtà sono dei portali aperti su tutti gli universi paralleli che coesistono nello stesso istante: a caso.

In genere accade con i muri. I muri sono i posti preferiti dalla regia che regna dietro i nostri occhi per i fermoimmagine. Di solito è meglio quando sono bianchi o di colore chiaro, ma vanno bene anche quelli con la carta da parati a fantasia, purché ci sia qualche linea morbida, tipo il bordo di un ghirigoro che di solito è perfetto per posarci lo sguardo a lungo. Niente pallini e figure geometriche che portano la mente su qualche tipo di ragionamento razionale. Lo scopo non è pensare, ma guardare attraverso quel punto e lasciare che appaiano immagini e sensazioni così, dal nulla.

Un po’ come ha fatto la Luna con le nuvole questa sera. Ero uscita sul balcone per buttare della plastica e alzando gli occhi ho avuto come un senso di vertigine, sembrava che la Luna si muovesse veloce. Ad un tratto si è impantanata in un gruppo di nuvole traslucide, la mente ha ritrovato i punti di riferimento e ovviamente ha rielaborato la situazione, erano state le nuvole a sovrapporsi allo spicchio luminoso che continuava a distinguersi nitidamente nonostante la loro presenza che in genere è oscurante. Stavo guardando la Luna attraverso le nuvole, o forse stavo fissando le nuvole e oltre riuscivo a scorgere la Luna.

Io non ci ho mai creduto a quella cosa dell’essere speciale che guarirà da ogni malattia solo perché qualcuno decide di prendersene cura, perché non funziona così. Alla fine qualcuno può sentire di non essere stato abbastanza speciale, qualcun altro di non aver dato abbastanza cure. Non si solleva una persona dai suoi sbalzi di umore, te li scansi se va bene, li prendi in pieno se va male e potendo gestire le onde gravitazionali al massimo si potrebbe viaggiare di più per tutta la vita, ma nulla impedirebbe di invecchiare.

Le persone non si lasciano attraversare dalla mente. Hanno spessori profondissimi, di materiali impenetrabili. Qualche volta puoi entrarci dentro, magari percorrere anche un bel tratto. Però non ci troverai mai la Luna dall’altro lato. In genere giri intorno alla loro superficie, mutevole. A volte trovi un po’ di punti comodi dove fermarti, incastrarti, fonderti. Perché forse siamo fatti per stare così, di fianco, di spalle o abbracciati e insieme fissare i muri e gli universi paralleli che si celano dietro di essi.

Il numero di gocce di pioggia

picture by idalia candelas

Gli ultimi dieci minuti della pausa pranzo decido di sfruttarli per rilassare un po’ la schiena, dal momento che passo molte ore seduta. Mi stendo sul divano con le gambe sul bracciolo e le mani dietro la testa. Davanti a me la tenda del balcone è aperta per metà e oltre il vetro riesco a vedere un perimetro irregolare di cielo. In parte è occupato da una nuvola che da un lato è tonda, dall’altro è sfilacciata, come se fosse un pezzo di zucchero filato che qualcuno ha appena tirato dal bastoncino.

Quel mattino, presto, ero stata al centro vaccinale. Appena varcato il cancello c’era un gazebo di accoglienza, una signora in divisa con un foglio in mano che chiamava nomi. Gente seduta, in piedi, in fila, al telefono sparsa qua e là. Ero finita in una di quelle scene viste decine di volte al telegiornale. In un attimo mi sono resa conto che nel mentre di questa pandemia prima o poi, in un modo o in un altro si rientra a far parte di uno di quei numeri delle colorate infografiche del Governo. Io stavo per diventare un più uno a quello che conta sedici milioni e dispari di persone che hanno ricevuto la prima dose. Una dose, però di ansia, si è aggiunta a quella che mi ero portata da casa a patto che se ne stesse buona con le cuffie nelle orecchie e senza dar fastidio.
Il concetto dietro ad ogni tipo di vaccino è inverso a ciò a cui siamo abituati. Se stiamo male ci faremmo iniettare qualsiasi cosa pur di guarire. Partire dallo stare bene e assumere qualcosa che potrebbe recarci qualche effetto collaterale sembra folle. Tuttavia come accade con qualsiasi cosa della vita finché non ci capita un contatto con il pericolo non sviluppiamo nulla dentro di noi che serve a proteggerci. Il vaccino fa accadere questa cosa, ed è una cosa intelligente, anche se per i miei gusti dovrebbe farlo attraverso qualcosa che non sia un ago.

La mia ansia in generale non è d’accordo con nessun ragionamento sensato, ma poi quando sono entrata nella saletta di attesa post-vaccino, quella per stare in osservazione un quarto d’ora prima di poter andare via, ero un po’ emozionata. In qualsiasi cosa, seppur confortevole, ben arredata, fossi rinchiusa da un anno a questa parte, avevo iniziato a metterne un piede fuori. Il quarto d’ora è passato in fretta non appena si è seduto un signore di settantaquattro anni vicino a me che ha iniziato a raccontare del vaccino per il colera, passando per un paio di avventure pericolose che gli erano capitate e finendo sugli orari delle medicine che prende regolarmente per la pressione.

La nuvola si muove piano verso destra. Mi chiedo se mai qualche volta possiamo prescindere dalla forma. Prima di prendere appunti pensiamo al quaderno adatto, prima di fare una torta ci preoccupiamo del ruoto giusto. La moltitudine va racchiusa in numeri. Eppure nessuno, nemmeno durante il peggiore dei temporali potrebbe dire con esattezza quante gocce di pioggia cadono libere da quelle forme che creiamo con la nostra mente.

Zucchero e caffé

In queste ore gira sui social una frase ironica che dice più o meno così visto che si può viaggiare solo all’estero allora ne approfitto per portare zucchero e caffé alla Regina. Si riferisce ad una usanza delle mie parti, quando c’è un lutto si fa visita alla famiglia di chi è mancato portando in dono pacchi di zucchero e caffé. Ricordo che quand’ero piccola i miei facevano questo tipo di regalo ai miei nonni anche in altre occasioni. La cosa che sempre, sempre mi faceva innervosire è che perdevano tempo ad incartarli, di solito con la classica carta bianco avorio a pallini dorati, mettevano il pacchetto in una busta e poi una volta arrivati a destinazione annunciavano ti ho portato un po’ di zucchero e caffé.
Nella mia testa avveniva un cortocircuito. Guardavo mia madre o mio padre e poi il pacchetto sul tavolo e viceversa. Non capivo perché lo incartavano se poi dovevano puntualmente svelare il contenuto del pacchetto. Mi dicevo che forse non era così entusiasmante da scartare e quindi gli evitavano la delusione, pur facendolo sembrare un regalo.

Sarà per la chiusura forzata in casa e quindi la mancanza di altri contatti umani, ma la morte del Principe Filippo insieme alle dichiarazioni della Regina è stato la mia forza me li ha fatti percepire per un momento come dei nonni e nulla più. I miei nonni sono mancati ormai molti anni fa, mia madre quasi due anni fa e a volte mi perdo ad immaginare le vite di chi ancora ha una grande famiglia, con i lunghi pranzi della domenica, le chiacchiere tra donne in cucina mentre i maschi si appisolano sul divano fino al momento del dolce, preceduto dall’arrivo del caffé. Ogni tanto sento il vociare proveniente da altri appartamenti, specie quando alcuni si riuniscono sui balconi a fumare.
Mi chiedo come riescono alcune famiglie a restare unite, mentre altre si slegano, semplicemente, anche senza chissà quali conflitti interni. Mi dico che forse è perché vengono a mancare le persone che fanno da collante con tutte le altre.

Ci svegliamo un giorno in un mondo completamente diverso da quello che conoscevamo e perdiamo l’identità che avevamo avuto fino a quel momento, per cui cambiano i ruoli, i rapporti e le dinamiche tra i membri della famiglia. Insomma, mi manca quella sensazione che qualsiasi cosa accada, andrà tutto bene. Perché si parla e non c’è nemmeno bisogno di chiedere aiuto. Le cose si fanno insieme e non ognuno per fatti propri, per poi raccontarsi solo quel che serve a mantenere il ricordo di ciò che eravamo. Sembrano esistere dei protocolli da famiglia reale perfino nelle vite di noi sconosciuti, tacite procedure se succede questa cosa o quell’altra che poi non è nemmeno apparenza, ma un non saperlo fare diversamente, risultando come affetto che viaggia distorto e gesti che non proteggono più di tanto dal freddo.

Il Principe e la Regina si sono separati dopo più di settanta anni insieme e non importa quanti protocolli reali staranno lì ad infagottare tutto o quante lacrime saranno sincere, è mancato un nonno, anche se Reale. Anche uno dei miei era del ’21, ma avrebbe già compiuto cento anni. Però non credo che alla Regina avrebbe fatto piacere il caffé.