Ad osservare le formiche.

picture by Yaoyao

Osservo la formica che zampetta concentrata sul pavimento del bagno dell’ufficio. Una distesa grigia interrotta poche volte dalle fughe sottilissime dei tasselli che lo compongono. Cerco d’istinto di immaginare il pavimento dal suo punto di vista. Una distesa interminabile, monotona, vuota, un orizzonte sempre uguale per centimetri e centimetri che però a lei devono sembrare chilometri.

Una delle cose che mi spaventa di più al mondo è l’avere una prospettiva soltanto su qualsiasi cosa. Mi terrorizza l’idea che possa aver conosciuto un solo punto di fuga e che lì muoiano, o nascano, tutte le linee che compongono la mia realtà. Certo, ogni tanto mi manca un punto fisso, il famoso centro di gravità permanente, ma poi mi dico sarebbe molto più pericoloso averne uno e affezionarsi troppo. E’ vero pure che senza un punto fisso la realtà rischia di diventare un ingarbuglio di linee simile a quelle autostrade americane che si snodano a più livelli attraverso viadotti di altezze diverse. Queste linee ovviamente non possono coesistere tutte, però ecco, ogni tanto sbirciare in un altro punto di vista, imparare un altro modo di fare qualcosa, può avere il potere addirittura di espandere la realtà.

La formica intanto l’ho persa. Il suo mondo gigante a me sembra piccolo eppure non lo conosco affatto. Quando torno alla mia postazione il mondo che mi sembrava piccolo è tornato ad essere gigante e in quella prospettiva ho l’impressione che ogni pezzo stia tornando al suo posto comodo e spazioso, scollandosi dalla mia ansia.

Poi penso a quante cose sappiamo fare invece in un modo soltanto. Il caffé. Immaginare il futuro. Amare. Perché in qualche modo te l’hanno insegnato quando ricevevi attenzioni solo quando rendevi felice qualcuno, l’hai appreso a scuola quando i prof ti mettevano puntualmente vicino il compagno di classe più disastrato come se avessi il potere di calmare e trasformare chiunque, e magari è anche sbagliato, ma conosci soltanto quello. Sarebbe un disastro prendere decisioni sulla base di quel solo punto di vista! Io voglio impararne altri, dovessi metterci anche tutta la vita. Sarebbe molto più sprecato un tempo infelice che uno trascorso ad osservare le formiche.

Esprimi un desiderio.

Artist Perfectly Captures The Intimate Magic Of Living Alone | HuffPost Life
picture by yaoyao

C’è un passaggio di Aladdin che nel vedere e rivedere il film mi è rimasto in testa, quello in cui il Genio della Lampada, quando Aladdin esprime il desiderio di diventare un principe per fare colpo sulla figlia del Sultano, lo ferma dal finire la frase, perché lo sta esprimendo male. Lì per lì Aladdin non capisce, ma il Genio gli spiega che in quel modo al massimo sarebbe sembrato un principe, ma non lo sarebbe stato, di fatto. Lo spinge quindi ad essere più preciso nell’esprimere il desiderio.

A volte penso che se all’improvviso un Genio magico mi chiedesse quali sono i miei desideri mi troverebbe del tutto impreparata. Un po’ come è sempre stato quando negli anni ho spento candeline di compleanno e qualcuno mi ha fermata prima di soffiare dicendo devi prima esprimere un desiderio! Momenti di panico. Così, in pochi secondi, su due piedi. Mille domande. Mi butto su un desiderio di amore universale e salute per tutti? Troppo generico. Un desiderio solo per me, per me e qualcun altro? E su cosa? Chiedere di far avverare qualcosa di quasi impossibile contando sul fatto che l’Universo sia benevolo con me in un giorno speciale o puntare su qualcosa di facile, solo un piccolo aiuto per qualcosa in cui potrei riuscire da sola? Bel dilemma.

In entrambi i casi mi sarebbe sfuggito il fatto che il problema dei desideri è che possono avverarsi e che se non si desidera bene si rischia di ritrovarsi in situazioni ben meno piacevoli di quelle immaginate. Un desiderio nasce da qualcosa che nella nostra realtà non ci soddisfa e ci fermiamo poco a calarlo in qualcosa che pur sempre realtà deve essere. Insomma, si tende a dimenticare i dettagli, il contorno, i contro, che ti sorprendono come i postumi di una sbornia ai quali non avevi pensato mentre cantavi e ridevi e volavi leggera su discorsi in realtà pesanti come macigni sul cuore.

In ogni caso oggi desiderare è diventato obsoleto e mentre lo scrivo il Genio scuote la testa deluso. Forse per i limiti che il desiderio si porta dietro, forse per i limiti di un mondo diventato insoddisfacente e privo di risposte e di punti di riferimento, senza scendere nei dettagli che nemmeno conosco bene di cose come la Legge di Attrazione e Legge di Assunzione, sembra che vada per la maggiore il manifestare. Non nel senso di protestare per dei diritti, (magari in senso lato si). Manifestare significa pensare a ciò che si desidera ardentemente, con tutti i dettagli, visualizzare la situazione nella quale ci si vorrebbe trovare, vedercisi dentro, provarne le emozioni come se stesse accadendo davvero, come se si avesse già ciò che in questo modo si starebbe chiedendo all’Universo. Poi, alla fine, lasciare andare il pensiero, non ossessionarsi, non attaccarcisi. L’idea alla base è che normalmente si attirano a sé cose, persone e circostanze che incosciamente provochiamo attraverso gesti, parole e pensieri, come se l’Universo (viene chiamata in gioco anche la fisica quantistica, il principio di indeterminazione della realtà) vibrasse intorno a noi in infinite possibili strade che ci si parano davanti giusto nel momento in cui le stiamo osservando.

La cosa che più mi ha colpita è il fatto che, secondo queste teorie, non è qualcosa che decidiamo di fare. Senza saperlo, manifestiamo in continuazione. Il dialogo con l’Universo sarebbe continuo, solo che con buona probabilità lo indirizziamo male attraverso la preoccupazione, l’ansia, la rabbia, le convinzioni, le credenze. In effetti è stato provato scientificamente che il nostro cervello stabilisce in base ai pensieri più ricorrenti delle connessioni più forti tra determinate aree del cervello a loro collegate e questo ci spingerebbe ad interpretare la realtà così come ce la aspettiamo, quindi condizionarla. Questo mi fa pensare. Ammetto che anni fa ero cintura nera di incosciente ottimismo, ero legata ad una sorta di fiducia interiore che qualsiasi cosa fosse successo, sarebbe andata bene. Questa fiducia è vacillata, morta, risorta, si è nascosta, si è buttata di testa, ha avuto slanci niente male, ma forse da sola non basta. Insomma che sia vero o no ho deciso che una volta per tutte devo imparare a esprimere dei desideri come si deve. Allenarmi per la prossima candelina, la prossima visita del Genio se nel frattempo non cambia lavoro, nel dubbio, lasciare qualche indicazione all’Universo su chi vorrei essere, con chi, dove, quando, fare la mia parte, che non si sa mai.