Quale domani

picture by Drawingfish

La cassiera maltratta i miei funghi pleurotus in vaschetta mentre cerca di far riconoscere il codice a barre della confezione agli infrarossi ormai esausti alla fine di un lungo sabato di lavoro. Guardo i funghi che finalmente rotolano mogi fino a me che li attendo alla fine della cassa con la busta in plastica riciclabile tra le mani.

Ho letto sul web un’intervista a Piero Angela. Diceva che la mia è la generazione che non ha speranza nel futuro. A parte le certezze che mancano, siamo in qualche modo convinti del fatto che domani andrà peggio. A prescindere. La nostra unica certezza è che domani ci sarà una nuova crisi economica, una qualche catastrofe ambientale o semplicemente ci sarà difficile crearci una famiglia, trovare un lavoro a tempo indeterminato, comprare una casa o semplicemente avere ancora un Pianeta su cui abitare.

Esco dal supermercato, spingo il carrello che ha seri problemi a tenere la traiettoria fino all’auto. Si è fatto buio. La mia di speranza lavora a contratto. Certi periodi le va bene e l’Universo decide di rinnovare, altri invece è costretta a stare a casa ma per sua natura cerca lo stesso qualcosa da fare, insomma ne approfitta per mettere in ordine, rinnovare casa qua e là, fare meditazione. Diciamo che non mi chiedo spesso domani come andrà. Cerco di fare il meglio con quello che ho oggi. Eppure quest’ansia generale la percepisco negli altri ed è come un velo che si incastra nei meccanismi delle cose della vita e rende tutto più faticoso.

L’ascensore è ostaggio di una mamma che non riesce a farci entrare i suoi due piccoli maschietti al fine di salire al primo piano. Uno entra ed esce dal vano come un coniglietto Duracell impazzito, l’altro fa le capriole sulle scale. Uno dei due qualche giorno prima mi aveva additata per strada storcendo il nasino al motto di “Tu sei brutta e cattiva!”, così a gratis. Ho provato a spiegargli che forse si trattava di uno scambio di persona ma non ha voluto sentire ragioni. Ho immaginato che forse anche avere cinque anni comporta l’insorgenza di momenti di forte stress.
Se fosse stata un gatto la signora avrebbe potuto afferrarli per il collo e tirarli dentro, ma deve accontentarsi di prenderli per le orecchie.

Il fatto che questi siano tempi duri ci condiziona a pensare a domani, ma non al futuro. Ci teniamo a soddisfare i bisogni prossimi e ci stiamo disabituando a pensare a lungo termine. Altro che fine del mondo dei Maya o Millennium Bug. L’importante è potersi rintanare nelle proprie abitazioni a fine giornata davanti alla televisione da cinquanta pollici. Durante quel paio d’ore dopo cena l’ansia sembra placarsi, sia che siamo riusciti a portare a termine tutti gli impegni della giornata, sia che no.

L’altro giorno però mi è presa fortemente a male. Non avevo voglia di far niente, ma questo mi faceva sentire profondamente in colpa. In più mi sono accorta che davvero le mie ambizioni si sono ridotte a riuscire a rispettare la mia agenda settimanale. Cerco di fare il meglio con quello che ho oggi.
Si, okay.

Non basta però. Sento il bisogno di fare ogni giorno qualcosa che prenderà senso e forma in quella cosa lì che si chiama futuro, di riuscire ad essere costante in qualcosa che non so ancora come e in quale domani sarà.

29 pensieri su “Quale domani

  1. giovanissima e garbata amica virtuale, accidenti che belle cose hai scritto.

    da uomo attempato (guai a te se lo ripeti) :-), un paio di esperienze le ho fatte anche io. tout d’abord ti prego di non cadere in errore: per quanto piero angela sia uomo di cultura e lucidità, lasciare a un pluriottuagenario il compito di esprimersi sul futuro è poco più che un esercizio di stile.

    il futuro non è continuazione in linea retta del passato, occorre saperlo leggere e, per quanto sia doloroso, lasciare l’oracolo in mano a chi non ha alcuna idea del futuro è quanto meno pericoloso.

    per il resto (e, se ti va, prenditi 30 secondi per riflettere su questo) il futuro si costruisce secondo dopo secondo, passo dopo passo, senza “se” e senza “ma”. per cui, anche quando l’Universo sembra essere andato in pausa, vale la pena costruirsi, migliorarsi, studiare. immagina un grande canale di eventi in cui fluisce qualcosa di tuo che puoi usare per fare del bene a te e agli altri. a me, tutto ciò, sembra semplicemente meraviglioso.

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    • Forse Angela ha una certa visione di insieme del mondo data la sua cultura ed esperienza e anche se ha una certa età mi chiedo chi della generazione dopo la mia avrà ancora quest’attenzione per la cultura, la pazienza di mettersi sui libri, quella cosa che dici tu di costruire qualcosa giorno dopo giorno… Io già mi trovo in mezzo a due epoche e ho paura che mi stia sfuggendo il senso del tempo, figuriamoci cosa sta succedendo alle nuove generazioni drogate di soddisfazioni facili e immediate..

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  2. Quello che tu descrivi così deliziosamente è un sentimento generalizzato ormai. Tutto cambia e cambia in fretta senza binari su cui stare in equilibrio. Ma sta proprio ai giovani riprendere in mano le redini di questa vita che sarà sempre difficile da costruire, è un cavallo indomabile, ma la speranza è la benzina che ci fa andare avanti

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  3. Sai che mi ci ritrovo tanto in quello che scrivi? Siamo convinti che domani andrà peggio, è vero, e quante volte sono gli stessi adulti a ripeterlo ai giovani, “per voi sarà più dura”, “voi farete più fatica”, forse a volte ci sarebbe bisogno di un bel ‘sticazzi! Sarà difficile ma non impossibile, credo che il problema vero sia la mancanza di un qualche appiglio su cui sperare, una personalità o uno spiraglio positivo, ecco. Del resto se ci bombardano quotidianamente con dati negativi, previsioni, cataclismi imminenti e crisi politiche, è un po’ dura

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  4. Io ho notato che quando mi ritrovo senza piccoli/grandi obiettivi o cose da fare, mi sale una indomabile “ansia da vuoto da riempire”, devo sempre mantenere la mente impegnata, o avere un obiettivo anche piccolo, anche lavorativo da portare a termine.

    Riguardo le nuove generazioni, sono MOLTO pessimista, ed avendo un figlio giovane (17) e ancora pieno di speranze, mi sento afflitto per il mondo che verrà, e che lui deve ancora scoprire.

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  5. “la mia speranza lavora a contratto” è già una buona base, ci sono speranze sotto-occupate o del tutto senza occupazione e allora è davvero dura.
    mi piace come sempre il tuo modo di mescolare elementi che sono tra loro dissonanti (il carrello poco scorrevole, Piero Angela, l’ascensore occupato, il (non) pensiero a lungo termine) e farne un costrutto omogeneo, fluido il giusto e dal sapore gradevole.
    ml

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  6. Mi sono allontanato un attimo da questo blog e mi vai a scrivere cose così profonde? Di’ un po’, non ti sembra di vedere una schiera di bolle in stile Matrix in cui, appunto, sopravviviamo? A volte a me sì… ma c’è modo di starne fuori.

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  7. Capisco ed un tempo filosofeggiavo anche io. Del mondo che vediamo ognuno coglie sfumature diverse a seconda del proprio stato d’animo. Il malessere diffuso deriva dalla precarietà creata ad hoc nel sistema, io ti direi vivi al meglio le tue giornate, non farti domande ma agisci in una qualche direzione, camminando si apre il cammino. Ciao

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    • Dipende a cosa ti riferisci
      Sono d’accordo nel senso che si stanno perdendo valori come quello dell’aspettare, della semplicità e della pazienza e del pensare a lungo termine. La possibilità di avere tutto e subito non ci fa bene.
      Da un lato mi sento lontana dalle 21enni di oggi, vivono e percepiscono la realtà in modo diverso da me..

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  8. Io seguo molto il figlio di Piero Angela, che lo preferisco di gran lunga ai programmi della D’Urso e della De Filippi. Ma a parte gli scherzi, non pensiamo al futuro perché non ne abbiamo e ogni giorno qualcuno ce ne toglie un pezzetto per appropriarselo secondo i propri usi e consumi. E’ brutto da dire, però mi rendo conto che io non ci penso al futuro, e forse neanche al domani e come te cerco di vivere l’oggi per dare un senso ai giorni. Che dire? Che al supermercato c’è chi tratta male i funghi (i pleurotus sono buoni impanati e fatti al forno) e chi i clienti. 🙂

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